Biblioteca – Sintesi

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I segreti Templari di Barcellona

La città di Barcellona è stata costruita in maniera assai singolare. Essa fu fondata dai legionari romani provenienti dall’Egitto che veneravano la dea Iside. piramidi-e-stelleLa sua configurazione attuale, però, è frutto di un costante rinnovamento architettonico che parte dal XIII secolo e giunge fino ad oggi. La sua planimetria riproduce esattamente le  12 costellazioni celesti astrologiche ed il centro storico più stretto rappresenta le posizioni stellari della Costellazione di Orione. Orion

Le stesse identiche posizioni delle Piramidi di Giza e la cui custode era la dea Iside. Nel centro storico della città, ci sono tre chiese del XIII sec. (Santa Maria del Pi, Sant Just i Pastor, Santa Maria del Mar) costruite dai templari e rappresentano in linea esattamente le tre stelle della cintura di Orione. All’interno di ciascuna di esse nella altare c’è una Vergine Nera (che in realtà rappresenta la dea Iside) che era venerata dal popolo (massonico e templare). Le stradine che congiungono le tre chiese sono particolari non solo da un punto di vista architettonico. Lungo questa strade c’è un campo elettromagnetico fortissimo che raggiunge il suo massimo nell’altare delle tre chiese dove c’è la Vergine nera. E’ energia che porta verso il cielo, come è scritto nelle porte degli altari di queste tre chiese. La quarta stella  principale di Orione è geometricamente stabilita dalla Chiesa  Sagrada Familia di Gaudì. Anch’essa con innumerevoli simboli massoni e templari e con la Vergine nera. Il Pentagono della Costellazione di Orione viene, infine, chiuso dall’ultima stella (che raffigura la torcia che tiene in mano Orione) rappresentata dal Monastero- Castello Benedettino di Montserrat a pochi kilometri a nord est di Barcellona a 700 metri sul mare. Secondo tradizione il sacro Graal del Parsifal dell’opera di Wolfram von Eschenbach fu messo in salvo nel castello di Montserrat. Il 23 ottobre del 1940 Himmler  venne qui con le sue divisioni a cercare il Graal………… Spiegazioni più dettagliate potete seguirle nel video-documentario andato in onda su Italia1 nel 2013 e che nelle righe precedenti abbiamo cercato di riassumere. http://www.video.mediaset.it/video/mistero/puntate/377063/barcellona-la-citta-dei-misteri.html

La costellazione della Vergine e le cattedrali Templari in Europa

In un altro articolo abbiamo raccontato come la città di Barcellona raccolga simboli, misteri e forze energetiche dissemminate dai Templari e rappresentative della costellazione celeste di Orione.

In questa occasione vogliamo cercare di “illuminare” il lettore su un altro percorso archittetonico-simbolico-astronomico creato dai Templari in Europa. Alcune delle nostre fonti sono riprese dal sito web dedicato a San Michele Arcangelo.

Una delle tante storie sorte intorno alle Cattedrali Gotiche afferma che basterebbe trovare la pietra giusta, rimuoverla, e l’intera cattedrale si affloscerebbe come un castello di carte. C’è chi afferma che i loro costruttori fossero gli eredi spirituali di Hiram, il mitico architetto dell’antico Tempio di Gerusalemme, mentre sarebbero stati i Cavalieri Templari a indagare sugli antichi segreti ebraici nascosti nel sottosuolo di quel paese, a scoprire, in qualche nascondiglio sopravvissuto alla distruzione del Tempio, le “Leggi Divine dei Numeri, dei Pesi e delle Misure” che governano questo tipo di costruzioni.
Resta il fatto che le leggende sulle cattedrali iniziarono a fiorire fin dalla loro origine, e che questa stessa origine è ancora oggi avvolta nel mistero; questi edifici rappresentano uno dei tanti esempi di costruzioni, civiltà, e scuole di pensiero, sorte all’improvviso e senza alle spalle alcun entroterra culturale o architettonico che ne permetta una esatta collocazione nel tempo.
Intorno all’anno 1128, proprio in coincidenza con il ritorno dei Templari in terra di Francia, iniziano a sorgere le prime Cattedrali; esse non hanno nulla in comune con il precedente stile romanico, e gli uomini che vi lavorano appartengono a corporazioni dalle forti componenti esoteriche, quali i Compagnons e i Maçons; la maggior parte degli edifici viene costruita su luoghi che in precedenza avevano ospitato aree sacre, soprattutto in riferimento al culto della Grande Madre, oppure su quelle linee che in seguito verranno chiamate “Punti di forza” e che oggi conosciamo meglio con il nome di Ley Lines.
Sia il decoro interno che quello esterno risentono in maniera quasi ossessiva della presenza di simboli magici e alchemici, tanto che il celebre, quanto misterioso Fulcanelli, definisce a ragione le Cattedrali come “veri e propri libri di pietra”, gigantesche descrizioni dell’opera alchemica o meglio, del percorso iniziatico che l’uomo deve compiere per attuare il passaggio dallo stato bruto e materiale a quello che lo accosta e quasi accomuna a Dio.
Tra i tanti simboli, la rosa è quello più ricorrente, simbolo che si accosta al Graal ed al Sigillo di Salomone, cioè al sigillo alchemico che indica l’esatto tempo da impiegare per la preparazione della Pietra Filosofale.
Altre teoria che vede come protagoniste proprio le Cattedrali Gotiche è quella che le accomuna a dei veri e propri “ricevitori”; esse, in base alla loro disposizione, riceverebbero la potenza solare dal cielo e quella lunare dalla terra, cioè dalle loro stesse viscere; d’altra parte il ricorrere alle simmetrie nella loro costruzione è riscontrabile in molti modi, basti pensare che i pozzi dei sotterranei hanno una profondità che corrisponde all’altezza della guglia più alta, cioè la esteriorizzazione della simmetria tra cielo e terra.
Concludiamo facendo un salto indietro nel tempo ed occupandoci di quello che forse fu il primo della lunga serie di misteri che ancora oggi circondano le Cattedrali Gotiche: siamo nel 1118, Bernardo di Chiaravalle fa il suo ingresso a Chartres seguito da altri otto cavalieri; in quello stesso periodo già in dieci città della Francia si innalzano Cattedrali, Chartres sarà l’undicesima e su una collina già un tempo teatro di riti pagani e druidici si iniziano i lavori sotto la spinta dello stesso Bernardo.
11 Cattedrali, l’undicesima dedicata a Notre Dame, tutte nella stessa zona e tutte volute da Bernardo di Chiaravalle.

Il mistero non si ferma qui; quello che inizialmente può apparire come il gesto estremo di un infervorato credente, nasconde in realtà un segreto molto più grande ed impenetrabile; se proviamo infatti ad unire con una matita su una carta geografica, le varie città volute da Bernardo, constateremo che esse sono disposte esattamente come la costellazione della Vergine!
Il Mistero delle Cattedrali ha avuto inizio!
A noi interessano solo le cattedrali dedicate a Notre-Dame (in fondo per un elenco) e cerchiamo di farle corrispondere alla costellazione della vergine.
Una soluzione viene proposta da Charpentier che si ritiene possa essere esatta.

vergine1Questa è la comparazione che Charpentier riporta nel suo libro, dopo aver messo in evidenza la disposizione delle principali cattedrali dell’ Ille de France:

 

 

 

 

vergine2Bisogna tenere conto che la costellazione della vergine si specchia nelle cattedrali, quindi queste la rappresentano “ribaltata”. Virgo riflessa:

 

 

 

 

 

 

vergine3

Quindi abbiamo: Chartres, Evreux, Bayeux, Rouen, Amiens, Reims
Altre cattedrali di Notre-Dame corrispondono a stelle minori come Laon alla 1355, N.D de L’Epine alla 1348, Parigi per la 1336, Etampes (dove si trova L’eglise di N.D: du Fort) alla 1324, Abbeville per la 1351. La “coda della costellazione corrisponde alla Cattedrale di Le Mans originariamente dedicata anch’essa alla Vergine e poi rinominata a S. Giuliano.

Al di la di ogni esercizio esoterico rimane comunque vero e limpido come le cattedrali dedicate alla Vergine portino al pellegrino un messaggio unico e degno di essere raccolto, un cammino di umilta’ potrebbe portare chi lo effettuera’ ad innalzare il proprio spirito verso quel cielo al quale queste cattedrali tendono con tanta maestosita’, potrebbe portare a sentire sotto i piedi quelle energie telluriche della Gran Madre convogliate dai loro profondi pozzi, potrebbe donare quell’equilibrio che e’ la comprensione del dono creativo della Gran Madre Terra e della Vergine Maria in Cielo.
Magari a completamento di cio’ il pellegrino potrebbe poi recarsi a piedi lungo il cammino di Santiago di Compostela, ma questo e’ un altro viaggio…. oppure no ?

Un altro punto degno di nota e’ la Abbazia con chiesa di San Michele di Hildesheim enumerata tra le citta’ “Sante” della Germania che viene creata dal Vescovo S. Bernward dopo il suo pellegrinaggio a Monte S. Angelo sul Gargano nel 1022.

La linea di Michele

Le 11 cattedrali gotiche dedicate a Notre-Dame
Il cammino di Santiago di Compostela
Il monastero di Hildesheim

Questi sono i pellegrinaggi dell’uomo sempre moderni e in grado di donare quell’equilibrio spirituale interiore che ricerchiamo tanto affannosamente.

MA COSA OTTENIAMO SE UNIAMO TUTTO QUESTO ??

ECCO CHE LA LINEA DI MICHELE SI INTERSECA CON LA LINEA DELLA VERGINE FORMANDO UNA PERFETTA CROCE SIMBOLO DEL CRISTO E TESTIMONIANZA CHE CON L’UNIONE ED IL COMPIMENTO DI QUESTI DUE PERCORSI CI SI APRIRA’ ALLA SECONDA VENUTA DEL CRISTO DENTRO DI NOI.

vergine4

Le lievi imprecisioni sono dovute alla curvatura terrestre
(in realta’ le due rette in questa rappresentazione dovrebbero essere due archi di cerchio)

Queste due linee si intersecano poco sotto Le Mans. Pensate a queste due linee di forza e di pellegrinaggio percorse da migliaia di persone che hanno inciso con la loro volonta’ e la loro preghiera il cuore dell’Europa Cristiana.

Vediamo qui come l’Arcangelo Michele, secondo quanto scritto nell’Apocalisse, con la sua lancia, che come abbiamo visto rappresenta il cammino, sia il protettore della Vergine rappresentato dalle Cattedrali a Lei dedicate.

Con questo la potenza della rappresentazione iscritta sull’Europa viene ancora piu’ esaltata ed il ruolo di Michele inciso sulla Terra, proiezione di quanto scritto nel cielo.

http://it.wikipedia.org/wiki/Cattedrali_gotiche_francesi
Cattedrale di Saint-Etienne di Sens
Iniziata nel 1135
Consacrata nel 1164
Terminata nel 1234
Cattedrale di Notre-Dame di Noyon
Iniziata nel 1145
Terminata nel 1235
Cattedrale di Notre-Dame di Senlis
Iniziata nel 1153
Consacrata nel 1191
Cattedrale di Notre-Dame di Laon
Iniziata nel 1155
Terminata nel 1235
Cattedrale di Notre-Dame di Parigi
Iniziata nel 1163
Consacrata nel 1182
Terminata nel 1250
Cattedrale di Notre-Dame di Bayeux
Iniziata nel 1180
Cattedrale di Notre-Dame di Chartres
Iniziata nel 1194
Cattedrale di Saint-Etienne di Bourges
Iniziata nel 1195
Cattedrale di Saint-Etienne di Meaux
Iniziata nel 1198
Cattedrale dei Santi Gervasio e Protasio a Soissons
iniziata nel 1176
terminata nel 1479
Cattedrale di Notre-Dame di Rouen
Iniziata nel 1145
Terminata (prima parte) 1250
Terminata 1540
Cattedrale di St. Etienne di Auxerre
Iniziata nel 1215
Cattedrale di Natre-Dame (Amiens)
Iniziata nel 1220
Cattedrale di ST. Etienne di Metz
Iniziata nel 1220
Cattedrale di ST. Pierre di Beauvais
Iniziata nel 1225
Cattedrale di Notre-Dame di Strasburgo
Iniziata in stile romanico nel 1015
Proseguita in stile gotico nel 1225
Terminata nel 1439
Cattedrale di Saint-Pierre-et-Saint-Paul di Troyes
Iniziata nel 1230
Cattedrale di Saint-Etienne di Chalons en Champagnes
Iniziata nel 1230
Cattedrale di Saint-Gatienne di Tours
Iniziata nel 1236
Terminata nel 1452
Cattedrale di Notre-Dame-de-l’Assomption di Clermont-Ferrand
Iniziata nel 1248
Cattedrale di Notre-Dame di Évreux
Iniziata nel 1250
Cattedrale di Saint-Étienne di Limoges
Iniziata nel 1273
A complicare questa ricerca vi sono testi che inseriscono Orleans e Santiago di Compostela……
Cattedrale di Orleans dedicata alla Santa Cruz
Cattedrale di San Giacomo di Compostela
Iniziata nel 1211
Completata nel 1750
(svariate chiese preceenti)

Papa Emerito Benedetto XVI e San Bernardo di Chiaravalle

Si pubblica in questa sede (tratto dal quotidiano “Il foglio” dell’11 aprile)  il discorso che Papa Ratzinger fece nel 2008 in Francia all’abbazia di San Bernardo di Chiaravalle.

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Lo specialista del Logos che lega liturgia, canto, verità e ragione

In un grandissimo discorso sul monachesimo e la cultura europea, Benedetto XVI andò molto oltre l’omelia affabile e domestica, rendendo al mondo umano un servizio insieme divino e razionale (2008)

Grazie, signor cardinale, per le sue parole gentili. Ci troviamo in un luogo storico, edificato dai figli di san Bernardo di Clairvaux e che il suo predecessore, il compianto cardinale Jean-Marie Lustiger, ha voluto come centro di dialogo tra la Sapienza cristiana e le correnti culturali intellettuali e artistiche dell’attuale società. Saluto in modo particolare la signora ministro della cultura che rappresenta il Governo, così come i signori Giscard d’Estaing e Chirac.

Rivolgo ugualmente il mio saluto ai ministri presenti, ai rappresentanti dell’Unesco, al signor sindaco di Parigi e a tutte le altre autorità. Non voglio dimenticare i miei colleghi dell’Institut de France, i quali conoscono la considerazione che nutro nei loro confronti. Ringrazio il Principe de Broglie per le sua cordiali parole. Ci rivedremo domani mattina. Ringrazio i delegati della comunità musulmana francese per aver accettato di partecipare a questo incontro: rivolgo loro i miei migliori auguri per il ramadan in corso. Il mio caloroso saluto va ora naturalmente all’insieme del multiforme mondo della cultura, che voi, cari invitati, rappresentate così degnamente.

Vorrei parlarvi stasera delle origini della teologia occidentale e delle radici della cultura europea. Ho ricordato all’inizio che il luogo in cui ci troviamo è in qualche modo emblematico. E’ infatti legato alla cultura monastica, giacché qui hanno vissuto giovani monaci, impegnati ad introdursi in una comprensione più profonda della loro chiamata e a vivere meglio la loro missione. E’ questa un’esperienza che interessa ancora noi oggi, o vi incontriamo soltanto un mondo ormai passato? Per rispondere, dobbiamo riflettere un momento sulla natura dello stesso monachesimo occidentale. Di che cosa si trattava allora? In base alla storia degli effetti del monachesimo possiamo dire che, nel grande sconvolgimento culturale prodotto dalla migrazione di popoli e dai nuovi ordini statali che stavano formandosi, i monasteri erano i luoghi in cui sopravvivevano i tesori della vecchia cultura e dove, in riferimento ad essi, veniva formata passo passo una nuova cultura. Ma come avveniva questo? Quale era la motivazione delle persone che in questi luoghi si riunivano? Che intenzioni avevano? Come hanno vissuto?

Innanzitutto e per prima cosa si deve dire, con molto realismo, che non era loro intenzione di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile. Si dice che erano orientati in modo “escatologico”. Ma ciò non è da intendere in senso cronologico, come se guardassero verso la fine del mondo o verso la propria morte, ma in un senso esistenziale: dietro le cose provvisorie cercavano il definitivo. Quaerere Deum: poiché erano cristiani, questa non era una spedizione in un deserto senza strade, una ricerca verso il buio assoluto.

Dio stesso aveva piantato delle segnalazioni di percorso, anzi, aveva spianato una via, e il compito consisteva nel trovarla e seguirla. Questa via era la sua Parola che, nei libri delle Sacre Scritture, era aperta davanti agli uomini. La ricerca di Dio richiede quindi per intrinseca esigenza una cultura della parola o, come si esprime Jean Leclercq: nel monachesimo occidentale, escatologia e grammatica sono interiormente connesse l’una con l’altra (cfr “L’amour des lettres et le desir de Dieu”, p.14). Il desiderio di Dio, le désir de Dieu, include l’amour des lettres, l’amore per la parola, il penetrare in tutte le sue dimensioni. Poiché nella Parola biblica Dio è in cammino verso di noi e noi verso di Lui, bisogna imparare a penetrare nel segreto della lingua, a comprenderla nella sua struttura e nel suo modo di esprimersi. Così, proprio a causa della ricerca di Dio, diventano importanti le scienze profane che ci indicano le vie verso la lingua. Poiché la ricerca di Dio esigeva la cultura della parola, fa parte del monastero la biblioteca che indica le vie verso la parola. Per lo stesso motivo ne fa parte anche la scuola, nella quale le vie vengono aperte concretamente. Benedetto chiama il monastero una dominici servitii schola. Il monastero serve alla eruditio, alla formazione e all’erudizione dell’uomo – una formazione con l’obiettivo ultimo che l’uomo impari a servire Dio. Ma questo comporta proprio anche la formazione della ragione, l’erudizione, in base alla quale l’uomo impara a percepire, in mezzo alle parole, la Parola.

Per avere la piena visione della cultura della parola, che appartiene all’essenza della ricerca di Dio, dobbiamo fare un altro passo. La Parola che apre la via della ricerca di Dio ed è essa stessa questa via, è una Parola che riguarda la comunità. Certo, essa trafigge il cuore di ciascun singolo (cfr At 2, 37). Gregorio Magno descrive questo come una fitta improvvisa che squarcia la nostra anima sonnolenta e ci sveglia rendendoci attenti per Dio (cfr Leclercq, ibid., p.35). Ma così ci rende attenti anche gli uni per gli altri. La Parola non conduce a una via solo individuale di un’immersione mistica, ma introduce nella comunione con quanti camminano nella fede. E per questo bisogna non solo riflettere sulla Parola, ma anche leggerla in modo giusto. Come nella scuola rabbinica, così anche tra i monaci il leggere stesso compiuto dal singolo è al contempo un atto corporeo. “Se, tuttavia, leggere e lectio vengono usati senza un attributo esplicativo, indicano per lo più un’attività che, come il cantare e lo scrivere, comprende l’intero corpo e l’intero spirito”, dice al riguardo Jean Leclercq (ibid., p.21).
E ancora c’è da fare un altro passo. La Parola di Dio introduce noi stessi nel colloquio con Dio. Il Dio che parla nella Bibbia ci insegna come noi possiamo parlare con Lui. Specialmente nel Libro dei Salmi Egli ci dà le parole con cui possiamo rivolgerci a Lui, portare la nostra vita con i suoi alti e bassi nel colloquio davanti a Lui, trasformando così la vita stessa in un movimento verso di Lui. I “Salmi” contengono ripetutamente delle istruzioni anche sul come devono essere cantati ed accompagnati con strumenti musicali. Per pregare in base alla Parola di Dio il solo pronunciare non basta, esso richiede la musica. Due canti della liturgia cristiana derivano da testi biblici che li pongono sulle labbra degli Angeli: il “Gloria”, che è cantato dagli Angeli alla nascita di Gesù, e il “Sanctus”, che secondo “Isaia 6” è l’acclamazione dei Serafini che stanno nell’immediata vicinanza di Dio. Alla luce di ciò la Liturgia cristiana è invito a cantare insieme agli Angeli e a portare così la parola alla sua destinazione più alta. Sentiamo in questo contesto ancora una volta Jean Leclercq: “I monaci dovevano trovare delle melodie che traducevano in suoni l’adesione dell’uomo redento ai misteri che egli celebra. I pochi capitelli di Cluny, che si sono conservati fino ai nostri giorni, mostrano così i simboli cristologici dei singoli toni” (cfr ibid. p.229).

In Benedetto, per la preghiera e per il canto dei monaci vale come regola determinante la parola del Salmo: “Coram angelis psallam Tibi, Domine” – davanti agli angeli voglio cantare a Te, Signore (cfr 138,1). Qui si esprime la consapevolezza di cantare nella preghiera comunitaria in presenza di tutta la corte celeste e di essere quindi esposti al criterio supremo: di pregare e di cantare in maniera da potersi unire alla musica degli Spiriti sublimi, che erano considerati gli autori dell’armonia del cosmo, della musica delle sfere. Partendo da ciò, si può capire la serietà di una meditazione di san Bernardo di Chiaravalle, che usa una parola di tradizione platonica trasmessa da Agostino per giudicare il canto brutto dei monaci, che ovviamente per lui non era affatto un piccolo incidente, in fondo secondario. Egli qualifica la confusione di un canto mal eseguito come un precipitare nella “zona della dissimilitudine” – nella regio dissimilitudinis. Agostino aveva preso questa parola dalla filosofia platonica per caratterizzare il suo stato interiore prima della conversione (cfr “Confess.” VII, 10.16): l’uomo, che è creato a somiglianza di Dio, precipita in conseguenza del suo abbandono di Dio nella “zona della dissimilitudine” – in una lontananza da Dio nella quale non Lo rispecchia più e così diventa dissimile non solo da Dio, ma anche da se stesso, dal vero essere uomo. È certamente drastico se Bernardo, per qualificare i canti mal eseguiti dei monaci, usa questa parola, che indica la caduta dell’uomo lontano da se stesso. Ma dimostra anche come egli prenda la cosa sul serio. Dimostra che la cultura del canto è anche cultura dell’essere e che i monaci con il loro pregare e cantare devono corrispondere alla grandezza della Parola loro affidata, alla sua esigenza di vera bellezza. Da questa esigenza intrinseca del parlare con Dio e del cantarLo con le parole donate da Lui stesso è nata la grande musica occidentale. Non si trattava di una “creatività” privata, in cui l’individuo erige un monumento a se stesso, prendendo come criterio essenzialmente la rappresentazione del proprio io. Si trattava piuttosto di riconoscere attentamente con gli “orecchi del cuore” le leggi intrinseche della musica della stessa creazione, le forme essenziali della musica immesse dal Creatore nel suo mondo e nell’uomo, e trovare così la musica degna di Dio, che allora al contempo è anche veramente degna dell’uomo e fa risuonare in modo puro la sua dignità.

Per capire in qualche modo la cultura della parola, che nel monachesimo occidentale si è sviluppata dalla ricerca di Dio, partendo dall’interno, occorre finalmente fare almeno un breve cenno alla particolarità del Libro o dei Libri in cui questa Parola è venuta incontro ai monaci. La Bibbia, vista sotto l’aspetto puramente storico o letterario, non è semplicemente un libro, ma una raccolta di testi letterari, la cui stesura si estende lungo più di un millennio e i cui singoli libri non sono facilmente riconoscibili come appartenenti ad un’unità interiore; esistono invece tensioni visibili tra di essi. Ciò vale già all’interno della Bibbia di Israele, che noi cristiani chiamiamo l’Antico Testamento. Vale tanto più quando noi, come cristiani, colleghiamo il Nuovo Testamento e i suoi scritti, quasi come chiave ermeneutica, con la Bibbia di Israele, interpretandola così come via verso Cristo. Nel Nuovo Testamento, con buona ragione, la Bibbia normalmente non viene qualificata come “la Scrittura”, ma come “le Scritture” che, tuttavia, nel loro insieme vengono poi considerate come l’unica Parola di Dio rivolta a noi. Ma già questo plurale rende evidente che qui la Parola di Dio ci raggiunge soltanto attraverso la parola umana, attraverso le parole umane, che cioè Dio parla a noi solo attraverso gli uomini, mediante le loro parole e la loro storia. Questo, a sua volta, significa che l’aspetto divino della Parola e delle parole non è semplicemente ovvio. Detto in espressioni moderne: l’unità dei libri biblici e il carattere divino delle loro parole non sono, da un punto di vista puramente storico, afferrabili. L’elemento storico è la molteplicità e l’umanità. Da qui si comprende la formulazione di un distico medioevale che, a prima vista, sembra sconcertante: “Littera gesta docet – quid credas allegoria…” (cfr Augustinus de Dacia, “Rotulus pugillaris”, I). La lettera mostra i fatti; ciò che devi credere lo dice l’allegoria, cioè l’interpretazione cristologica e pneumatica.

Possiamo esprimere tutto ciò anche in modo più semplice: la Scrittura ha bisogno dell’interpretazione, e ha bisogno della comunità in cui si è formata e in cui viene vissuta. In essa ha la sua unità e in essa si dischiude il senso che tiene unito il tutto. Detto ancora in un altro modo: esistono dimensioni del significato della Parola e delle parole, che si dischiudono soltanto nella comunione vissuta di questa Parola che crea la storia. Mediante la crescente percezione delle diverse dimensioni del senso, la Parola non viene svalutata, ma appare, anzi, in tutta la sua grandezza e dignità. Per questo il “Catechismo della chiesa cattolica” con buona ragione può dire che il cristianesimo non è semplicemente una religione del libro nel senso classico (cfr n. 108). Il cristianesimo percepisce nelle parole la Parola, il Logos stesso, che estende il suo mistero attraverso tale molteplicità. Questa struttura particolare della Bibbia è una sfida sempre nuova per ogni generazione. Secondo la sua natura essa esclude tutto ciò che oggi viene chiamato fondamentalismo. La Parola di Dio stesso, infatti, non è mai presente già nella semplice letteralità del testo. Per raggiungerla occorre un trascendimento e un processo di comprensione, che si lascia guidare dal movimento interiore dell’insieme e perciò deve diventare anche un processo di vita. Sempre e solo nell’unità dinamica dell’insieme i molti libri formano un Libro, si rivelano nella parola e nella storia umane la Parola di Dio e l’agire di Dio nel mondo.

Tutta la drammaticità di questo tema viene illuminata negli scritti di san Paolo. Che cosa significhi il trascendimento della lettera e la sua comprensione unicamente a partire dall’insieme, egli l’ha espresso in modo drastico nella frase: “La lettera uccide, lo Spirito dà vita” (2 Cor 3,6). E ancora: “Dove c’è lo Spirito … c’è libertà” (2 Cor 3,17). La grandezza e la vastità di tale visione della Parola biblica, tuttavia, si può comprendere solo se si ascolta Paolo fino in fondo e si apprende allora che questo Spirito liberatore ha un nome e che la libertà ha quindi una misura interiore: “Il Signore è lo Spirito, e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2 Cor 3,17). Lo Spirito liberatore non è semplicemente la propria idea, la visione personale di chi interpreta. Lo Spirito è Cristo, e Cristo è il Signore che ci indica la strada. Con la parola sullo Spirito e sulla libertà si schiude un vasto orizzonte, ma allo stesso tempo si pone un chiaro limite all’arbitrio e alla soggettività, un limite che obbliga in maniera inequivocabile il singolo come la comunità e crea un legame superiore a quello della lettera: il legame dell’intelletto e dell’amore. Questa tensione tra legame e libertà, che va ben oltre il problema letterario dell’interpretazione della Scrittura, ha determinato anche il pensiero e l’operare del monachesimo e ha profondamente plasmato la cultura occidentale. Essa si pone nuovamente anche alla nostra generazione come sfida di fronte ai poli dell’arbitrio soggettivo, da una parte, e del fanatismo fondamentalista, dall’altra. Sarebbe fatale, se la cultura europea di oggi potesse comprendere la libertà ormai solo come la mancanza totale di legami e con ciò favorisse inevitabilmente il fanatismo e l’arbitrio. Mancanza di legame e arbitrio non sono la libertà, ma la sua distruzione.

Nella considerazione sulla “scuola del servizio divino” – come Benedetto chiamava il monachesimo – abbiamo fino a questo punto rivolto la nostra attenzione solo al suo orientamento verso la parola, verso l’“ora”. E di fatto è a partire da ciò che viene determinata la direzione dell’insieme della vita monastica. Ma la nostra riflessione rimarrebbe incompleta, se non fissassimo il nostro sguardo almeno brevemente anche sulla seconda componente del monachesimo, quella descritta col “labora”. Nel mondo greco il lavoro fisico era considerato l’impegno dei servi. Il saggio, l’uomo veramente libero si dedicava unicamente alle cose spirituali; lasciava il lavoro fisico come qualcosa di inferiore a quegli uomini che non sono capaci di questa esistenza superiore nel mondo dello spirito. Assolutamente diversa era la tradizione giudaica: tutti i grandi rabbi esercitavano allo stesso tempo anche una professione artigianale. Paolo che, come rabbi e poi come annunciatore del Vangelo ai gentili, era anche tessitore di tende e si guadagnava la vita con il lavoro delle proprie mani, non costituisce un’eccezione, ma sta nella comune tradizione del rabbinismo. Il monachesimo ha accolto questa tradizione; il lavoro manuale è parte costitutiva del monachesimo cristiano. Benedetto parla nella sua “Regola” non propriamente della scuola, anche se l’insegnamento e l’apprendimento – come abbiamo visto – in essa erano cose praticamente scontate. Parla però esplicitamente del lavoro (cfr cap.48).

Altrettanto fa Agostino che al lavoro dei monaci ha dedicato un libro particolare. I cristiani, che con ciò continuavano nella tradizione da tempo praticata dal giudaismo, dovevano inoltre sentirsi chiamati in causa dalla parola di Gesù nel Vangelo di Giovanni, con la quale Egli difendeva il suo operare nel giorno di Sabato: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (5, 17). Il mondo greco-romano non conosceva alcun Dio Creatore; la divinità suprema, secondo la loro visione, non poteva, per così dire, sporcarsi le mani con la creazione della materia. Il “costruire” il mondo era riservato al demiurgo, una deità subordinata. Ben diverso il Dio cristiano: Egli, l’Uno, il vero e unico Dio, è anche il Creatore. Dio lavora; continua a lavorare nella e sulla storia degli uomini. In Cristo Egli entra come Persona nel lavoro faticoso della storia. “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero”. Dio stesso è il Creatore del mondo, e la creazione non è ancora finita. Dio lavora. Così il lavorare degli uomini doveva apparire come un’espressione particolare della loro somiglianza con Dio e l’uomo, in questo modo, ha facoltà e può partecipare all’operare di Dio nella creazione del mondo. Del monachesimo fa parte, insieme con la cultura della parola, una cultura del lavoro, senza la quale lo sviluppo dell’Europa, il suo ethos e la sua formazione del mondo sono impensabili. Questo ethos dovrebbe però includere la volontà di far sì che il lavoro e la determinazione della storia da parte dell’uomo siano un collaborare con il Creatore, prendendo da Lui la misura. Dove questa misura viene a mancare e l’uomo eleva se stesso a creatore deiforme, la formazione del mondo può facilmente trasformarsi nella sua distruzione.

Siamo partiti dall’osservazione che, nel crollo di vecchi ordini e sicurezze, l’atteggiamento di fondo dei monaci era il quaerere Deum – mettersi alla ricerca di Dio. Potremmo dire che questo è l’atteggiamento veramente filosofico: guardare oltre le cose penultime e mettersi in ricerca di quelle ultime, vere. Chi si faceva monaco, s’incamminava su una via lunga e alta, aveva tuttavia già trovato la direzione: la Parola della Bibbia nella quale sentiva parlare Dio stesso. Ora doveva cercare di comprenderLo, per poter andare verso di Lui. Così il cammino dei monaci, pur rimanendo non misurabile nella lunghezza, si svolge ormai all’interno della Parola accolta. Il cercare dei monaci, sotto certi aspetti, porta in se stesso già un trovare. Occorre dunque, affinché questo cercare sia reso possibile, che in precedenza esista già un primo movimento che non solo susciti la volontà di cercare, ma renda anche credibile che in questa Parola sia nascosta la via – o meglio: che in questa Parola Dio stesso si faccia incontro agli uomini e perciò gli uomini attraverso di essa possano raggiungere Dio. Con altre parole: deve esserci l’annuncio che si rivolge all’uomo creando così in lui una convinzione che può trasformarsi in vita.
Affinché si apra una via verso il cuore della Parola biblica quale Parola di Dio, questa stessa Parola deve prima essere annunciata verso l’esterno. L’espressione classica di questa necessità della fede cristiana di rendersi comunicabile agli altri è una frase della “Prima Lettera di Pietro”, che nella teologia medievale era considerata la ragione biblica per il lavoro dei teologi: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione (logos) della speranza che è in voi” (3, 15) (Logos deve diventare apo-logia, la Parola deve diventare risposta). Di fatto, i cristiani della chiesa nascente non hanno considerato il loro annuncio missionario come una propaganda, che doveva servire ad aumentare il proprio gruppo, ma come una necessità intrinseca che derivava dalla natura della loro fede: il Dio nel quale credevano era il Dio di tutti, il Dio uno e vero che si era mostrato nella storia d’Israele e infine nel suo Figlio, dando con ciò la risposta che riguardava tutti e che, nel loro intimo, tutti gli uomini attendono. L’universalità di Dio e l’universalità della ragione aperta verso di Lui costituivano per loro la motivazione e insieme il dovere dell’annuncio. Per loro la fede non apparteneva alla consuetudine culturale, che a seconda dei popoli è diversa, ma all’ambito della verità che riguarda ugualmente tutti.

Lo schema fondamentale dell’annuncio cristiano “verso l’esterno” – agli uomini che, con le loro domande, sono in ricerca – si trova nel discorso di san Paolo all’Areopago. Teniamo presente, in questo contesto, che l’Areopago non era una specie di accademia, dove gli ingegni più illustri s’incontravano per la discussione sulle cose sublimi, ma un tribunale che aveva la competenza in materia di religione e doveva opporsi all’importazione di religioni straniere. E’ proprio questa l’accusa contro Paolo: “Sembra essere un annunziatore di divinità straniere” (At 17, 18). A ciò Paolo replica: “Ho trovato presso di voi un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio” (cfr 17, 23). Paolo non annuncia degli ignoti. Egli annuncia Colui che gli uomini ignorano, eppure conoscono: l’Ignoto-Conosciuto; Colui che cercano, di cui, in fondo, hanno conoscenza e che, tuttavia, è l’Ignoto e l’Inconoscibile. Il più profondo del pensiero e del sentimento umano sa in qualche modo che Egli deve esistere. Che all’origine di tutte le cose deve esserci non l’irrazionalità, ma la Ragione creativa; non il cieco caso, ma la libertà. Tuttavia, malgrado che tutti gli uomini in qualche modo sappiano questo – come Paolo sottolinea nella “Lettera ai Romani” (1, 21) – questo sapere rimane irreale: un Dio soltanto pensato e inventato non è un Dio. Se Egli non si mostra, noi comunque non giungiamo fino a Lui. La cosa nuova dell’annuncio cristiano è la possibilità di dire ora a tutti i popoli: Egli si è mostrato. Egli personalmente. E adesso è aperta la via verso di Lui. La novità dell’annuncio cristiano consiste in un fatto: Egli si è mostrato. Ma questo non è un fatto cieco, ma un fatto che, esso stesso, è Logos – presenza della Ragione eterna nella nostra carne. Verbum caro factum est (Gv 1,14): proprio così nel fatto ora c’è il Logos, il Logos presente in mezzo a noi. Il fatto è ragionevole. Certamente occorre sempre l’umiltà della ragione per poter accoglierlo; occorre l’umiltà dell’uomo che risponde all’umiltà di Dio.

La nostra situazione di oggi, sotto molti aspetti, è diversa da quella che Paolo incontrò ad Atene, ma, pur nella differenza, tuttavia, in molte cose anche assai analoga. Le nostre città non sono più piene di are ed immagini di molteplici divinità. Per molti, Dio è diventato veramente il grande Sconosciuto. Ma come allora dietro le numerose immagini degli dèi era nascosta e presente la domanda circa il Dio ignoto, così anche l’attuale assenza di Dio è tacitamente assillata dalla domanda che riguarda Lui. Quaerere Deum – cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati. Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi. Ciò che ha fondato la cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura.

di Benedetto XVI

Architettura degli Ordini Cavallereschi (1099-1291)

Premessa

Il titolo di questo mio intervento è di una vastità tale che potrebbe occupare più cicli di conversazioni, ma avendo a disposizione solo una lezione di circa un’ora, devo necessariamente porre dei limiti. Perciò oggi cercherò di presentavi un quadro generale delle tematiche relative al titolo di questo incontro, considerato nel contesto del ciclo di conferenze: in cammino verso Gerusalemme.

Prima di tutto desidero chiarire ciò che non intendo trattare direttamente, in questa sede, e cioè l’analisi degli insediamenti di tutti gli Ordini cavallereschi disseminati in Europa con le loro relative e complesse tematiche architettoniche e socio-economico-religiose. Basti pensare che solo in Francia, nei quasi due secoli di vita dei Templari ci furono oltre 2000 insediamenti, tra Commende, Castelli, Magioni, Case, Grangie, Chiese, Priorati, Ospedali, Porti, Prigioni e depositi di legname (come risulta dal volume di Jean-Luc Aubarbier e Michel Binet, Les Sites Templiers de France, Rennes 1995); in Italia, stando alle informazioni del volume di G. Capone – L. Imperio – E. Valentini, Guida all’Italia dei Templari. Gli insediamenti Templari in Italia, Roma 1997, ne sono censiti oltre 150. Se poi, ai Templari aggiungiamo gli altri Ordini cavallereschi e li analizziamo per le singole nazioni europee diventa quasi impossibile realizzare una mappa con tutti i loro insediamenti in Europa.

 Ambito della ricerca

Chastel Blanc - Safita (Siria)

Chastel Blanc – Safita (Siria)

Lo scopo di questa mia troppo generica conversazione è di tracciare un quadro sommario del periodo di dominazione occidentale su parte della Palestina e della Siria (1096-1291), quando i conquistatori occidentali costruirono numerose opere fortificate di piccole o grandi dimensioni. Durante questo arco di tempo, dalla fine del XI alla fine del XIII secolo, gli Ordini Militari, grazie alle rendite che provenivano dagli insediamenti europei, abbastanza ricchi da poter mantenere e difendere i castelli che i musulmani avevano loro ceduto gradualmente o che avevano conquistato con le armi. Inoltre, sempre gli Ordini Militari erano, sufficientemente potenti, tanto da riconoscere come sovrani solo i loro rispettivi Gran Maestri più che le autorità civili delle rispettive nazioni. Infine, questi Ordini Cavallereschi erano anche abbastanza disciplinati da poter opporre una difesa dura e vigorosa contro gli infedeli, ma allo stesso tempo erano abbastanza indipendenti da ricorrere alla negoziazione diretta e concludere con i vari Emirati dei trattati di alleanza o di neutralità.

Questi atteggiamenti di intesa e spesso di neutralità tra crociati e islamici sconcertava gli sprovveduti occidentali, come se i crociati venissero meno al loro principale impegno di combattere il “nemico della fede”. Il primo a scandalizzarsi fu proprio il santo Re Luigi IX. Infatti, durante il suo soggiorno in Terrasanta, egli aveva creduto di dover denunziare il trattato che, a sua insaputa, il gran maestro del Tempio aveva stipulato con il Sultano di Damasco.

Luigi IX (1226-1270) non aveva compreso l’utilità del trattato di intesa tra Templari e Musulmani: anzi inflisse una pubblica umi¬liazione al Gran Maestro e al suo convento e pretese, inoltre la partenza dalla Terrasanta del Maresciallo che aveva condotto le trattative. Nonostante questi incidenti Luigi IX non diminuì la sua stima per i monaci-guerrieri. Quando il re avrebbe fatto ritorno in Francia, chi restava a difendere la Terra Santa? I Templari sicuramente insieme agli Ospedalieri, ed, in forma minore, ai Cavalieri Teutonici. Da notare che i Templari non erano tanto ricchi come nel secolo precedente, avevano perduto molti dei territori e delle fortezze, conquistate il secolo prima, ma il loro eroismo era ancora intatto. Bisogna inoltre ricordare che prima dell’attacco fulminante di Saladino del 1187, i Templari avevano posseduto 18 grandi fortezze complete di guarnigioni. E ognuna di queste piazzeforti doveva controllare e proteggere castelli di importanza minore e centinaia di casali.

I Castelli in Terra Santa durante le Crociate

 Sarebbe quanto mai significativo fare un censimento e una sommaria descrizione di tutti questi siti per comprendere più dettagliatamente i motivi che spingevano le Commende d’Occidente a dover produrre ed economizzare molto e perché coloro che risiedevano in Europa manifessero tanto zelo nel riscuotere i diritti nelle fiere e i fratelli di Parigi, pur essendo monaci-soldati, si dedicavano ad operazioni bancarie e discutevano con la clientela dietro gli sportelli.

Dove finivano le enormi rendite annuali così raccolte da una Commenda all’altra? La maggior parte delle entrate servivano a mantenere le numerose fortezze e gli altri insediamenti in Terrasanta. Solo per fare alcuni nomi nelle varie terre occupate dai Templari:

Nel principato di Antiochia, il Castello di Roche-Guillaume, quello di Port-Bonnel e quello di Trepessac, che controllava il passo di Baylan;

Nella Contea di Tripoli, la potente fortezza di Tortosa, i Castelli di Aryma, il forte di Bertrandimir, il castello di Safita (detto Chastel-Blanc, il casale fortificato di Elteffaha ad est di Tortona, più una commenda a Tripoli;

Nel territorio dei re di Gerusalemme, una parte delle torri e dei contrafforti di Gerico, il Tempio di Salomone, lo Château-Rouge che controllava la strada da Gerusalemme a Gerico;

Nella Contea di Giaffa e Ascalona, il Castello di Gaza e il Castello di Natron che controllava la strada da Giaffa a Gerusalemme;

Nella Contea di Cesarea, la fortezza di Chaco e il celebre Chastel-Pèlerin (Athlit);

Krak des Chevaliers (Siria)

Krak des Chevaliers (Siria)

Nel Principato di Galilea e nei territori oltre il Giordano, il Castello di La Fève, la grande Domus Templare di Saphet, da cui dipendevano 260 casali, la Torre di Seforia ed il piccolo castello del Gué de Jacob, una posizione molto avanzata che non poté essere conservata a lungo;

A San Giovanni d’Acri e a Tiro, una Commenda per parte.

Diversi castelli furono persi in seguito al disastro di Hittin, per mancanza di difensori da opporre ai soldati di Saladino.

Sebbene molti castelli si siano conservati in discrete condi¬zioni, tuttavia fino ad oggi manca uno studio analitico e dettagliato sui singoli monumenti come pure dati precisi sulla genesi tipologica e cronologica dell’edilizia militare. Per esempio, nel secolo XI in Occidente, i Crociati consideravano la motta dotata di cinta a pa¬lizzata l’edificio tipo per una residenza signorile; una volta giunti a Costantinopoli, in Asia Minore e nella Siria del Nord, si trovarono di fronte a edifici in pietra, molto complessi, che riuscirono comunque a conquistare facilmente, grazie all’esperienza maturara durante l’avanzata verso l’Oriente.

Durante il primo dominio franco le numerose cittadelle all’interno delle città appena conquistate e i castelli costruiti dai governan¬ti locali bizantini o musulmani (tra cui Sahyun, Bagras, Marqab, Crac, ‘Akkar e Arcas) furono utilizzati dai crociati, come basi d’appoggio, dopo essere stati ristrutturati. Le strutture di fronte ad Antiochia furono costruite in legno, mentre gli edifici di Tiro e Ascalona furono realizzati in pietra, con funzioni di controllo, di difesa e di attacco delle vie di accesso alle località assediate.

Nel corso della prima metà del secolo XII furono costruiti numerosi castelli a protezione dei confini del regno di Gerusalemme e Nord e a Est contro Damasco: nel 1129 Paneas (Qal’at Subayba, prima del 1140 Safad e subito dopo Beaufort e Belvoir. Anche nel principato di Antiochia una complessa rete di castelli (Burtzi, Sahyun, Cursat, Bagras, Marqab e Balatunus rendeva sicuri il controllo del territorio e la percorribilità, nonché le vie interne di comunicazione per i pellegrini ed altri viandanti.

I Castelli costruiti in questo primo periodo, mostrano – dove è rintracciabile l’aspetto originale – forme estremamente varie. Si tratta di castelli costruiti su alture, la cui forma dipendeva dal tentativo di sfruttare al massimo i vantaggi offerti dalla posizione geografica: Perciò, accanto a strutture lunghe e strette (Tripoli, Qal’at Subaybam e Karak) si trovano anche costruzioni con pianta circolare e raccolte (Beaufort, Bagras, Le Toron, ‘Akkar). Oltre a queste costruzioni, molto varie nei particolari, si contano anche numerose rocche che riprendevano l’antica tipologia del Castrum nella pianta rettangolare con torri angolari e intermedie (Gibelet, Chastel Rouge, Blanche-Garde, Arima e Goliath. Per questi Castra non è possibile accertare se si trattasse di consapevoli copie dei Castra tardoantiche, perché, purtroppo, i particolari dell’apparato costruttivo di fortificazioni dei castelli di questo preciso periodo sono conosciuti solo in minima parte.

Un caso di paricolare interesse è costituito del castello di Sahyun, che già nella seconda metà del secolo 12° presentava le forme ancora oggi visibili: dietro il fossato, profondo 28 metri, scavato nella roccia antistante si trova il donjon, che misura di lato mt. 25, a cui si unisce su entrambi i lati il muro frontale, riforzato di bastioni semi¬circolari con magazzini retrostanti; sul fornte meridionale altre torri massiccie erano a difesa del cassero e della zona bassa, separata da un fossato, mentre il versante settentrionale era protetto da ripide balze rocciose. Questo donjon appartiene, insieme a quello di Gibelet), ai primi esempi di una tipologia costruttiva che, a partire dal secolo X, assunse sempre crescente significato sia nell’Europa che in queste regioni d’Oltremare. Non era possibile che la maggior parte dei signori ristrutturasse dal punto di vista difensivo edifici di tali dimensioni e, a partire dalla metà del secolo 12°, numerosi castelli passarono sotto il controllo degli ordini cavallereschi, divenuti nel frattempo, specialmente in Occidente, potenti e ricchi.

Krak des Chevaliers (Siria)

Krak des Chevaliers (Siria)

I Templari, invece, negli anni 1160-1170 posero il loro quartier generale in un robusto donjon presso il porto di Tortosa e successivamente nei domini circostanti costruirono una serie di castelli più piccoli, ma edificati con arte (Arima e Chastel Blanc): I Giovanniti, nello stesso periodo dotarono di robusti elementi di difesa i castelli da poco acquisiti, come lo testimoniano i Castelli di Belvoir, Marqab e il Crac des Chevaliers. Anche Baldovino IV, tra il 1177-1178 fece costruire du nuove fortezze (Le Chastellet e lo Chateau Neuf (Hunin).

Nonostante questi sforzi edilizi, i Crociati, dopo la sconfitta di Hattin del 1187 non furono in grado di difendere i propri possedimenti dall’offensiva del Saladino: Gerusalemme stessa e molti castelli caddero nelle mani del sultano. Nel 1188 stessa sorte toccò alle città portuali fortificate di Tiro e Tripoli e quindi a Tortosa ed Antiochia e ad altri castelli delle vicinanze. I rinforzi sopraggiunti con la terza Crociata, nel 1191 permisero di riconquistare l’importante porto di Acri. Anche i contingenti militari giunti con la quinta Crociata favorirono nuove vittorie e la stessa sapiente politica di Federico II, divenuto re di Gerusalemme nel 1228, fu in grado di riconquistare per alcuni anni la Città, perduta poi per sempre nel 1244.

Anche i Templari costruirono sulla costa, a partire dal 1217, lo Chastel Pélerin che costituisce una fortezza su una penisola, protetta da un fossato e da un doppio muro frontale con massicce torri, che, come il Crac des Chevaliers, costituisce la più chiara testimonianza delle nuove espressioni della tecnica di fortificazione. Le cortine murarie e le torri erano punti nodali di difesa e venivano protetti da murature di maggior spessore, da scarpate. Inoltre all’interno venivano spesso realizzati numerosi passaggi voltati posti a diversi livelli e provvisti di molte feritoie e barbacani sul coronamento delle mura. Anche le porte venivano meglio difese grazie al susseguirsi di numerosi ostacoli (ponti levatoi, saracinesche, porte ricoperte di ferro, ecc. ecc.) come anche attraverso complesse vie d’uscita. Il fine di ciascuna di queste misure era quello di compensare la sensibile mancanza di uomini con un maggiore impegno di strutture difensive.

 Ordini Militari in Terra Santa

 Gli Ordini militari sono costituiti da gruppi di cavalieri, sacerdoti e laici non cavalieri, che si sono costituiti tali a paritre dai primi decenni successivi alla conquista crociata di Gerusalemme del 1099.

Proprio a Gerusalemme vennero gettate le basi per la costituzione dei Templari intorno al 1120, ma ufficialmente approvati dalla Santa Sede solo nel 1129 nel Concilio di Troyes.

croce templare

croce templare

Gli Ospedalieri, che erano presenti a Gerusalemme prima dell’inizio delle Crociate vennero gradualmente militarizzati intorno al 1130. L’Ordine Teutonico, invece, fece la propria comparsa nell’ultimo decennio del secolo XII ad Acri. Questi furono gli Ordini militari maggiormente presenti in Terrasanta fino alla caduta di Acri del 1291. Dopo questa data gli Ospedalieri e i Templari si trasferirono a Cipro, da dove gli Ospedalieri nel 1306 orgarizzarono la conquista di Rodi. L’Ordine Teutonico spostò la propria sede prima a Venezia e quindi a Marienburg, in Prussia. L’Ordine dei Templari fu soppresso nel 1312 e la maggior parte dei propri possedimenti, degli edifici e parte dei beni mobili, passarono agli Ospedalieri, solo a Valencia ed in Portogallo i beni dei Templari furono concessi ai neocostituiti Ordini di Montesa e di Cristo.

L’obiettivo principale dei Crociati in genere e degli Ordini militari era la prosecuzione di una guerra santa contro gli infedeli, i loro membri, comprese le ‘sorelle’, erano religiosi che avevano fatto una vera e propria professione volontaria religiosa con i voti di povertà, castità ed obbedienza ed erano inoltre impegnati, come gli altri Ordini religiosi ad una vita liturgica in una determinata comunità e sottostavano ad una regola, a degli statuti e a superiori. Molti confratelli, preti e servientes non combattevano e trascorrevano la loro vita nelle numerosissime case, commende o priorati o altri tipi di insediamenti, comprese le grangie dove gestivano e organizzavano le vaste proprietà ricevute in dono e costituirono, con il tempo, le basi sia per il reclutamento in loco che per la produzione di rendite, destinate ai fratelli dislocati in Terrasanta.

crociat03Le costruzioni degli Ordini militari in Medio Oriente furono prevalentemente in pietra, ma la maggior parte di ciò che avevano costruito a Gerusalemme e dintorni, prima del 1187 venne in seguito distrutto. A poca distanza dal Santo Sepolcro si trovavano le imponenti sale dell’ospedale che potevano accogliere diverse centinaia di pazienti e altri edifici con numerosi pilastri massicci e squadrati. Durante i secoli XII e XIII i Templari e gli Ospedalieri erano i soli Ordini militari che possedevano strutture del genere. Tuttavia questi Ordini non furono i veri progettisti dei loro castelli e non è possibili individuare alcuno stile che possa essere considerato peculiare di questi Ordini.

Prima del 1187 preferivano costruzioni di semplici recinti fortificati, spesso rettangolari o quadrati, come a Belvoir (Israele), che presentavano un unico muro di cinta riforzato di torri, mentre gli edifici che si disponevano lungo il perimetro interno del castello consistevano in una serie di ambienti voltati e una cappella, spesso costruiti sopra i sottostanti magazzini.

Nel secolo XIII gli Ordini Militari costruirono o ricostruirono fortezze molto più massicce, come quelle realizzate dagli Ospedalieri del Crac des Chevaliers e di Margat (Siria) e quelle di Château Pèlerin presso Athlit e di Tortosa (Siria) per quanto riguarda i Templari. Le costruzioni dei Templari erano progettate sulla base di un impianto interno e uno esterno. Le loro cappelle, anch’esse coperte a volte, erano spesso abbellite da finestre ad arco acuto, da capitelli scolpiti e da pitture murali. Si ribadisce ancora una volta che nessuno degli Ordini Militari ebbe un suo peculiare sistema costruttivo, anche se forse gli Ospedalieri preferirono all’esterno torri a pianta circolare, invece di quelle a pianta quadrata preferite dai Templari. Molto più modesti furono i castelli costruiti dai Cavalieri Teutonici a Montfort e a Judin (Israele) verso la metà del secolo XIII. Queste costruzioni somigliano molto ad impianti realizzati in Renania, consistente in una torre principale ed un adiacente corpo di fabbrica residenziale, racchiusa da un alto muro a cortina.

Dopo il 1187 i Templari e gli Ospedalieri crearono ad Acri enormi complessi architettonici. Le costruzioni degli Ospedalieri sono state conservate in buona parte, mentre quelle dei templari vennero in larga misura distrutte. Dopo l 1309 gli Ospedalieri crearono a Rodi un Ordensstaat indipendente; il loro interesse si concentrò sulla città principale, occupando la cittadella bizantina e il relativo castello, restaurandone gli aspetti di difesa.

L’architettura di questo periodo è molto differenziata. Le grandi case provinciali degli Ordini militari potevano costituirsi come estesi complessi urbani, come ad esempio a Parigi quella dei Templari, di cui restano tracce solo nella toponomastica moderna, oppure a Norimberga la casa dei Cavalieri Teutonici, di cui rimane solo la chiesa di Sankt Jacob annessa all’ospizio, oppure nella città vecchia di Praga il complesso degli Ospedalieri.

Talvolta la Commenda locale era essa stessa un castello o comunque una residenza fortificata, come ad esempio Tomar e Almourol. Altre volte, ma non sempre, la Commenda e la sua chiesa erano all’interno di una città fortificata.

Molte case degli Ordini Militari erano situate lungo le strade dirette verso il Levante, percorse dai pellegrini o dai crociati, che attraversavano i passi alpini e si dirigevano verso il mare Adriatico o verso porti di imbarco, quali Genova, Pisa, Napoli, Venezia, Bari e Brindisi.

Solo un censimento in questa direzione potrà permetterci in un lontano futuro di poter determonare l’esistenza o meno di caratteri comuni o propri di questa multiforme e troppo complessa manifestazione architettonica.

Tipi di architettura negli Ordini Militari

Parlando di architettura degli Ordini Cavallereschi si deve subito individuare una duplice accezione del termine. Esiste una architettura relativa ai luoghi di culto ed una che si riferisce agli ambienti di vita giornaliera.

La tipologia architettonica dei luoghi di culto è molto articolata, soprattutto se si tiene in considerazione che gli strumenti di misurazione erano molto incerti e variabili. Diventava molto difficile passare dal numero e dal calcolo alle loro applicazioni pratiche. Per cui il ricorso al triangolo, quadrato, pentagono, esagono, ottagono, decagono e dodecagono, tutti portatori della famosa proporzione aurea fu necessariamente utilizzato nella realizzazione di edifici a pianta centrale sia in fase di pura progettazione che di concreta realizzazione. La cupola della Roccia e il santuario dell’Ascensione a Gerusalemme diventeranno i prototipi di questo genere di edifici sacri. Ma la verifica dei rapporti relativi nelle piante centrali templari o presunte tali, trasportava immediatamente il dato metrico o geometrico sul piano di una sapienza esoterica, realizzatrice di edifici occultamente simbolici, legati, attraverso la mediazione della cultura araba, ad antiche gnosi cosmogoniche. E’ immediatamente evidente il nesso di una tale interpretazione con lo spesso fantasticato rapporto di filiazione tra Templari, o templarismo, come cautelativamente si preferisce dire, e massoneria; la letteratura in proposito è notoriamente straripante, ma poco utile al nostro proposito e alla nostra indagine.

Nella storia dell’architettura templare, questa interpretazione ha tuttavia resistito a lungo, insieme alla tentazione di attribuire ai Templari ogni edificio medievale di cui nulla si sapeva, specialmente se a pianta centrale. Gli studi di Elie Lambert, hanno dimostrato che

– le chiese a pianta centrale o poligonale costituiscono una minima parte rispetto alla quantità di quelle notoriamente e sicuramente costruite dall’Ordine;

– le ricerche più recenti sembrano indicare una preferenza netta per la forma più semplice di edificio sacro: aula unica a botte o a tetto con abside semicircolare o coro rettilineo;

– nell’uno o nel’altro caso le chiese dei Templari si adeguano a cor¬renti architettoniche caratterisriche delle rispettive regioni e qualsiasi rivendicazione di specificità templare in fatto di architettura sacra è privo di fondamento;

– in quanto ordine militare i Templari furono costruttori anzitutto di fortezze e forse in questo ambito, suggerisce il Lambert, va ricercata una eventuale architettura templare autonoma e originale. Quest’ultima affermazione del Lambert, purtroppo ancora è stata disattesa, perché solo pochi impianti sono stati studiati. Ma da quel poco che è stato fatto mi sembra di poter avanzare l’ipotesi che neppure in questa direzione sia possibile individuare una originale e tipica architettura templare. Tuttavia è bene soffermarsi su alcuni aspetti dell’architettura al tempo delle Crociate.

L’architettura sacra

Le vicende dell’architettura religiosa dei Crociati sembrano discostarsi da quelle dell’architettura fortificata, accentuando maggiormente l’uso di modelli occidentali, esportati in Terra Santa, e la loro permanenza nel tempo. Tale situazione è perfettamente comprensibile poiché l’architettura sacra non ha bisogno, come quella militare, di aggiornarsi ed adeguarsi alle necessità strategiche che forzatamente si devono evolvere.

Al contrario, proprio all’architettura delle chiese si assegna un ruolo predominante di simbolo della religiosità cristiana contrapposto alla cultura musulmana. Se per la costruzione dei castelli si fa frequente ricorso anche alla manodopera locale, per le chiese sono sufficienti gli stessi Crociati e le maestranze, non di rado specializzate, che con questi sono arrivate in Terra Santa. I modelli costruttivi, e gli apparati decorativi, rimangono spesso quelli ben conosciuti e adottati in Occidente.

Di certo, il confronto in Terra Santa con esperienze diverse finirà con il provocare aggiornamenti nelle consuete procedure costruttive che, nel giro di qualche generazione, avrà riflessi anche in occidente.

Con il passare del tempo, sotto la spinta di una rinnovata e più pericolosa azione di riconquista musulmana, alcune chiese e conventi vengono fortificati venendo ad assumere alcuni dei caratteri tipici dell’architettura militare; altre volte, invece, vengono fondati edifici che già hanno caratteristiche e possibilità difensive. Questo fenomeno non sembra essere limitato ad edifici extraurbani ma coinvolge anche fabbriche in città.

Architettura fortificata all’epoca delle Crociate

Gli insediamenti militari crociati, città fortificate, avamposti, torri e recinti sono sufficientemente rappresentativi di modelli bellici tipicamente medievali. Modelli che, basati inizialmente sulle esperienze che i costruttori crociati avevano fatto in Occidente, e riproposti quasi automaticamente in una regione che presenta, da parte sua, esperienze diverse, per molti aspetti più avanzate di quelle occidentali, si evolveranno nel breve giro di pochi decenni generando alcuni tra i più importanti ed evoluti esempi di storia dell’architettura militare, sia per aspetti che riguardano la specifica funzionalità bellica che per alcune tra le più straordinarie innovazioni della tecnologia applicata. Non soltanto militare. A proposito del Crac des Chevaliers Boase (1967) dirà: “Come il Partenone è per i templi greci e Chartres per le cattedrali gotiche, così il Crac des Chevaliers è per i castelli medievali l’esempio supremo, uno dei più importanti monumenti di ogni tempo”.

Come il castello di Saone, una fortezza della seconda generazione (occupato dai Crociati dal 1108 al 1188) e il più vasto impianto fortificato costruito in Oriente in epoca crociata, è definito dal Deschamps “il miglior testimone dell’arte militare francese del XIII secolo tanto che non si trova, a questa epoca, una architettura così potente e un apparecchio costruttivo così alla perfezione eseguito”.

S. Giovanni d'Acri

S. Giovanni d’Acri

Evidenti sono le dipendenze delle fortezze costruite in Terra Santa da quelle occidentali ma è altrettanto chiaro che queste, dopo il primo periodo di insediamento e dopo i duri collaudi a cui sono sottoposti dalla pressione musulmana all’epoca della riconquista, si adeguano a situazioni che erano state in precedenza sottovalutate. Se è vero che per la maggior parte delle opere militari l’arte del fortificare non consiste tanto in regole e sistemi, che pure esistono e devono essere rispettati, ma piuttosto dipende dal buon senso e dalla capacità di mettere a frutto tutte le esperienze e gli errori precedenti, come ha efficacemente indicato Vauban, questo è maggiormente vero per i manufatti di epoca crociata nei quali lo scopo esclusivo è diretto, necessariamente, al massimo sfruttamento delle poche risorse disponibili. L’adozione delle cinte multiple, per esempio, rappresenta la naturale conseguenza dei progressi della poliorcetica e dei perfezionamenti delle macchine belliche anche in Occidente, ma è pur vero che esperienze di tal tipo di fortificazione sono già presenti in epoca molto antica in Oriente.

Nella quasi totalità dei casi, i costruttori crociati si trovano costretti a modificare le loro procedure adottando quanto di meglio possono trovare tra le strategie belliche e le tradizioni costruttive locali per sostenere operazioni di una portata e su una scala fino ad allora impensabili. Anche nei castelli più evoluti è spesso ben evidente la coesistenza tra gli elementi difensivi ed insediativi di chiara tradizione occidentale e gli elementi di rinnovo ed adeguamento.

Nello stesso periodo gli Arabi sviluppano con maggiore efficacia le esperienze bizantine relative agli armamenti. Si pensi alle lame di Damasco, agli elmi, alle cotte di maglia e, in particolare alle armi da lancio. Nella sua relazione sulla Crociata d’Egitto, Joiville fa frequenti allusioni 2111 e macchine belliche usate dai Crociati e dai Musulmani ammettendo la superiorità dell’artiglieria di questi.

In un periodo di poco precedente l’epoca delle Crociate si assiste in Europa ad una evoluzione importante nell’architettura militare: l’apparizione del castello in pietra. preceduto da una lenta trasfor¬mazione della fortificazione in legno. Il castello presenta un apparato difensivo statico formato solitamente da tre cinte. La prima, detta bassa corte (baille), è destinata ad alloggiare anche le popolazioni in caso di allarme; la seconda protegge la cappella, gli acquartieramenti e i magazzini; la terza (chemise) racchiude il donjon. Le tre cinte sono spesso concentriche (lo stesso schema verrà adottato anche al Crac des Chevaliers e ad altri castelli). Le difese sono costituite essenzialmente da una serie di ostacoli posti a ritardare la marcia di avvicinamento e impedire le cariche della cavalleria. Le feritoie, come può essere il caso di Anamur e di Shobach, già adottate in Inghilterra alla metà del secolo precedente, appariranno nella forma più evoluta in Francia e in Italia soltanto agli inizi del XIII secolo.

Acri

Acri

L’elemento che maggiormente costituisce il punto di forza delle fortificazioni occidentali è rappresentato dal torrione isolato (donjon) a base quadrata o rettangolare i primi esempi, semplice da tracciare sul terreno e solitamente agevole da costruire. Il donjon (il termine risale al 1066) in pietrame, evoluzione di epoca normanna del torrione in legno a motta che appare nella seconda metà del IX secolo. La motta aveva risolto il problema della rapidità di costruzione (due settimane per il castello di Hastings, voluto nel 1066 da Guglielmo il Conquistatore) adottando a rinforzo della struttura, tra l’altro, elementi lignei collocati a più strati sovrapposti nel corpo del terrapieno. Strutture analoghe sono presenti oltre che in Francia, nell’area di Londra, nell’Italia padana e in Calabria.

Il donjon, con l’evoluzione delle tecniche di attacco, denuncerà gravi inconvenienti a causa delle vaste superfici esposte al rischio di colpi da armi da getto più potenti, mancanza di fiancheggiamento e presenza di ampi angoli morti. Per ovviare a questi inconvenienti verranno adottati salienti a profili variamente articolati, torri rompitratta e, in seguito, torrioni cilindrici, con scarpature alla base delle torri e dei muraglioni o a base triangolare. Il concetto di fiancheggiamento è noto ai costruttori militari già dall’antichità tanto che la maggior parte delle mura urbane costruite nel III e IV secolo sono fiancheggiate da torri sporgenti dal filo delle cortine.

Il torrione isolato, considerato dai costruttori crociati il modello difensivo più avanzato e affidabile, verrà riproposto in Terra Santa, in poche varianti tipologiche, assegnandogli anche un ruolo simbolico e fortemente rappresentativo del nuovo potere Non va dimenticato che anche in Oriente esiste una tradizione ricca e mai interrotta dell’uso di grosse torri, isolate o collegate ad una cortina; in particolare le torri di epoca ellenistica dell’Argolide (Kefalani e l.igurion), quella di Cheronea in Beozia. A pianta quadrangolare presentano murature a scarpa con elementi parallepipedi apparecchiati su piani di posa con giacitura inclinata verso l’interno per i quali è stato necessario risolvere non facili problemi di costruzione delle angolate.

Tale modello resta quasi inalterato nelle prime fasi dell’occupazione ma subirà in seguito trasformazioni, talvolta profonde. quando (soprattutto ai tempi della terza Crociata) queste si renderanno necessari gli adeguamenti alle strutture e alle procedure difensive in conseguenza della maturata specializzazione di assedio da parte musulmana. In alcuni casi il riutilizzo di precedenti cinte murate comporta l’impiego di procedure semplificate, rapide e poco costose, risolte, tra l’altro, con una maggiore articolazione in pianta rinfiancando tratti di mura o aggiungendo torri sporgenti dalle cortine. Si veda ad esempio il Castello di Concy , il Castello di Hylan , il Castello di Korikos , quello del Cairo, soprattutto le mura della cittadella di Reb al-Iman ed il Castello di Kidwelles . In seguito, passata l’occasione di emergenza, gli avancorpi sono stati ulteriormente potenziati con la stabilizzazione di impianti di carattere provvisorio.

Non di rado gli stessi castelli, occupati e perduti ripetutamente, possono aver subito demolizioni e ricostruzioni, di volta in volta più evolute, dalle due parti in conflitto. Beaufort è occupato da Folco d’Angiò nel 1139: rioccupato dagli Arabi dal 1190 al 1240, torna in mano crociata fino al 1268 (assegnato ai Templari per un certo tempo), per tornare definitivamente ai Musulmani.

Aleppo

Aleppo

Altre volte, al contrario, importanti adeguamenti a nuovi canoni difensivi debbono essere riferiti soltanto a interventi musulmani, come, per esempio, a Subeibe dove le torri circolari arabe sporgenti dalla cinta muraria si alternano con quelle a base quadrata. Il torrione, molto spesso, viene posto a potenziare una configurazione naturale già naturalmente favorevole, nella parte estrema di una cresta rocciosa allungata e protetta da due uadi e viene isolata da un profondo fossato. A Kerak il donjon viene opposto a un rilevato di terreno vicino e che, dominando la fortezza, potrebbe costituire un punto potenzialmente più difficile. L’avvicinamento dei nemici viene reso più difficile dall’articolazione dei percorsi, impedendo loro di stazionare a ridosso delle mura e in corrispondenza delle rampe di accesso.

Gli studi specifici sui siti e i manufatti di epoca crociata in Terra Santa sono relativamente recenti, e non sempre o del tutto, affidabili. L’architettura sacra ha stimolato maggiori interessi, dovuti in parte anche al fatto che queste, seppure talvolta trasformate e adattate a culti diversi, non hanno mai smesso di continuare a svolgere il loro ruolo di culto. Le opere fortificate, al contrario, esaurita la primitiva funzione, quasi sempre sono state abbandonate, senza subire altro danno che quello di occasionali recuperi di materiali per l’edificazione di villaggi. Soltanto dalla fine del secolo scorso vengono date notizie in Occidente di opere fortificate di epoca crociata, praticamente fino ad allora ignorate, con la sola eccezione di Gerusalemme e di poche altre città costiere. Precedenti viaggiatori si erano limitati ad occasionali annotazioni, privilegiando repertori letterari e ponendo poca attenzione a quelli documentari e alle tracce sul terreno. Questa situazione, da un certo punto di vista, rappresenta una condizione di privilegio per la ricerca perché, allo stato attuale, la parte superstite dei manufatti è quasi sempre ‘originaria’ e capace di fornire ancora informazioni di prima mano.

Tecniche costruttive ed evoluzione

Talvolta si possono individuare caratteri più o meno ricorrenti in alcune aree (i castelli di pianura e quelli d’altura, i castelli degli ordini militari, i castelli riconquistati) e in certi periodi (in particolare all’epoca della terza Crociata). Negli anni intorno alla fine del XII secolo e gli inizi del successivo l’architettura militare presenta un grande rinnovamento, i sistemi difensivi passivi si aggiornano e divengono più efficienti quelli attivi; le torri a base circolare vengono impiegate su vasta scala, gli apparecchi murari a bozze rustiche tendono ad essere sostituiti da quelli formati da elementi lisci. È in quel periodo che si dà inizio ai cantieri dei grandi castelli, a Marqab (assegnata nel 1186 agli Ospitalieri e alla cinta esterna del Crac des Chevaliers, Un altro elemento che segna l’evoluzione delle tecniche costruttive è rappresentato dall’abbandono del grande apparecchio, non di rado a secco o con poca malta. a vantaggio di elementi di taglia minore e più regolare murati a calce, di più veloce e facile impiego. Tale soluzione sperimentata ad Ascalon troverà largo uso soprattutto nelle cinte murarie urbane e nel rifacimento delle cortine superiori dei castelli.

Il rinnovamento del modo di costruire dei Crociati risente, senza dubbio di una naturale maturazione, accelerata da oggettive necessità di revisione, ma anche dal contatto con esperienze costruttive e maestranze locali. In alcuni casi, determinate è la presenza di lavoratori indigeni nei cantieri di parte crociata, sia libere maestranze assunte, sia prigionieri di guerra costretti al lavoro.

Al castello di Saona, nel 1240, sono presenti circa mille prigionieri impegnati in lavori edili, altri sono impiegati al castello di Saphet e a Chastellet. L’utilizzo di prigionieri avverrà anche all’inverso, quando Franchi catturati saranno impiegati nei lavori alla cittadella di Aleppo, come è dimostrato dalla presenza di marchi lapicidi sicuramente crociati. La ricchezza di esperienze fatte dai costruttori crociati in occidente e il confronto con le maestranze indigene hanno prodotto, nel giro di poche generazioni, una qualità costruttiva che, a quel tempo, l’aggiunge sicuramente una delle punte più alte soluzioni innovative che saranno in grado di condizionare le opere fortificate che generazioni successive di Crociati, e gli stessi Musulmani, adotteranno in quelle regioni prima di importarne in Occidente gli elementi e le procedure riutilizzabili.

I castelli devono rispondere, innanzi tutto, a requisiti di sicurezza. Questo non vuoi dire che le istallazioni militari manchino di elementi decorativi. Wilbrand d’Oldemburg ha lasciato una descrizione di un salone del castello di Beirut, fatto smantellare da Saladino nel 1190: “il suo pavimento di mosaico rappresenta un’acqua increspata dalla brezza e si rimane meravigliati di camminare senza lasciare le impronte nella sabbia rappresentata sul fondo”. È soprattutto nei castelli degli Ordini militari che gli apparati decorativi, affreschi e scultura architettonica innanzi tutto, possono svolgere un ruolo non marginale.

Per elementi non (o minimamente) strutturali è più facile il ricordo delle tradizioni artistiche dei paesi di provenienza anche se mediati da una rinnovata tecnica di esecuzione. I capitelli, le decorazioni del¬le costolature e degli architravi sembrano ricordare spesso le opere di decoratori francesi, educati alla scuola cluniacense o cistercense .Vogliamo qui dare un rapido cenno sui capitelli figurati e ai frammenti scultorei di Belvoir, i capitelli e le ghiere scolpite della Grande Sala e della Galleria al Crac. Esempi di maggiore ricchezza potrebbero essere facilmente citati, com’è ovvio, nell’architettura sacra (basti ricordare i capitelli di Latrun, gli elementi lapidei della cattedrale di Tortosa, di Nazareth e, soprattutto, di Gerusalemme.

Conclusione

La lezione di oggi intende analizzare molto sommariamente le tipologie di architettura che i Crociati e gli Ordini Cavallereschi realizzarono in Terra Santa durante il periodo che va dalla presa di Gerusalemme alla sconfitta di Acri (1099-1291).

La prima parte della relazione fa il punto della situazione e determina l’ambito della ricerca, diretta all’analisi degli insediamenti in Terra santa, con riferimenti alla realtà occidentale. Si accenna ai trattati di alleanza o di neutralità che periodicamente erano conclusi tra i Crociati e dli Emirati. Atteggiamenti questi che risultano incomprensibili agli occasionali visitatori occidentali, ma significativi per coloro che dovevano risiedere abitualmente in territori “ostili”.

Alcune cartine topografiche ci dimostrano l’enorme quantità di insediamenti presenti in occidente e il ragguardevole numero di postazioni che i crociati e gli ordini cavallereschi avevano in Terra Santa.

Una analisi della tipologia di insediamenti ci dimostra la diversità delle forme architettoniche dei Castelli e delle fortezze costruite direttamente o antichi insediamenti islamici occupati successivamente dai crociati durante il periodo che si intende analizzare.

Si tratta brevemente degli Ordini Militari presenti stabilmente in Terra Santa durante i due secoli che si stanno analizzando e precisamente dei Templari, Ospedalieri e Teutonici e seguendo le tappe più importanti dopo l’allontanamento dai territori conquistati e poi definitivamente rioccupati dagli islamici con la caduta di Acri.

Per quanto riguarda l’architettura si delineano le linee essenziali delle tipologie di insediamenti: i luoghi di culto e i castelli fortificati. L’architettura sacra si esprime con chiese a navata unica, nella maggior parte dei casi e con strutture circolari o poligonali in minore densità. I Castelli e le fortezze presentano una maggior differenziazione che dipende da circostanze particolari: se il castelli era una costruzione realizzata dagli Islamici e successivamente passataai Crociati oppure se era una fondazione ex novo costruita dai conquistatori.

Infine si tratta di alcune tecniche costruttive proprie del periodo che si sta analizzando che richiamano in maggiore o minore densità i rapporti con l’architettura occidentali.

Si conclude che non è possibile, allo stato attuale delle ricerche, individuare una architettura propria dei Crociati o degli Ordini Militari durante questi due secoli di presenza in Terra Santa.

Molto probabilmente la medesima considerazione dovrebbe valere per gli insediamente realizzati dagli Ordini Militari in Europa. Solo uno studio analitico delle tipologie di insediamenti, che allo stato attuale delle ricerche manca, potrà chiarire se questi cavalieri hanno avuto una propria e specifica architettura, come nel caso dei Cistercensi che tanti rapporti hanno avuto con i Templari, oppure definitivamente escludere un carattere proprio per le realizzazioni architettoniche dei Templari o degli altri Ordini militari.

Architettura degli Ordini Cavallereschi

in Terra Santa durante le Crociate

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

La redazione di questa lezione è stata possibile con la consultazione dei seguenti testi:

LAMBERT E., L’architecture des Templiers, Paris 1955;

BORDONOVE G, La vita quotidiana dei Templari nel XIII secolo, Milano 1989;

CADEI A., Architettura sacra Templare, in Monaci in armi. L’architettura sacra dei Templari attraverso il Mediterraneo, a cura di VITI G. – CADEI A. – ASCANI V., Firenze 1995, pp.15-173;

AUBARBIER J. L. – BINET M., Les Sites Templiers de France, Rennes 1995);

CAPONE G.- IMPERIO L.- VALENTINI E., Guida all’Italia dei Templari. Gli insediamenti Templari in Italia, Roma 1997;

Marino L., La fabbrica dei Castelli Crociati in Terra Santa, Firenze 1997

Le voci Castello, Crociati, Ordini Militari, in Enciclopledia dell’arte Medie¬vale, vol. IV, Roma 1993, vol. V, 1994, vol. VIII 1997.

Ogni testo presenta una ottima bibliografia specifica.

Firenze, 16 maggio 2000

P. Goffredo Viti, O. Cist.

© Copyright – Congregazione “Templari di San Bernardo di Clairvaux” – Prio

Il Jolly Roger

ed il simbolismo del “teschio ed ossa”

jollyroger

Molti oggi conoscono l’emblema del Jolly Roger, reso celebre dai tantissimi romanzi e film sui pirati: è la classica bandiera nera sulla quale spiccano uno teschio che sovrasta due tibie incrociate. Pochi, però, sanno che questo emblema ebbe con molta probabilità un’origine templare. Come molti altri termini legati alla tradizione templare (v. beauceant o Baphomet), anche nel caso del Jolly Roger l’etimologia del termine appare controversa. Secondo la teoria più diffusa esso deriverebbe dalla locuzione francese “Joli Rouge“, nome dato dai Pirati francesi alla loro bandiera, originariamente di colore rosso (rouge, in francese). Il termine joli si riferiva invece al fatto che essa veniva sventolata dall’albero di bompresso, che in francese veniva chiamato “Joli Mât“. I marinai ed i pirati inglesi che successivamente adottarono lo stesso simbolo masticavano molto poco di francese, e così lo steso termine anglofonizzato divenne “Jolly Roger”. La tradizione vuole che questo vessillo venisse utilizzato anche a bordo delle navi dei “Poveri Soldati di Cristo e del Tempio di Salomone”, come i Templari erano conosciuti originariamente. I Templari combattevano le loro battaglie anche in mare, abbordando ed affondando le navi nemiche: di qui l’analogia coi Pirati e l’adozione della bandiera col teschio e le ossa.

Secondo un’altra teoria, invece, il termine Roger faceva riferimento ad un nome vero e proprio, che in italiano corrisponde a Ruggero. Nel suo libro “Pirates & The Lost Templar Fleet“, David Hatcher Childress afferma che il termine fu coniato a partire dal nome del primo uomo ad aver mostrato la bandiera, re Ruggero II di Sicilia (1095-1154). Ruggero era un famoso Templare che ebbe una disputa col Papa in seguito alla conquista della Puglia e di Salerno nel 1127. Childress dichiara che, molti anni dopo lo scioglimento dell’ordine Templare, una flotta di seguaci dell’Ordine si separò in quattro unità indipendenti e si diete alla pirateria, bersagliando le navi amiche di Roma. La bandiera quindi era una eredità, e le sue ossa incrociate rappresentavano un chiaro riferimento al logo templare della croce rossa con le estremità ingrossate.

C’è ancora un’altra leggenda relativa alla bandiera, sempre legata ai Cavalieri Templari. La notte del 13 Ottobre 1307, prima dell’arresto di massa, in gran segreto, 18 galee templari navigarono lungo la Senna e presero il mare, dirette a La Rochelle, dov’era pronta una flotta templare. I Templari, segretamente avvertiti del tranello teso nei loro confronti dal Re, avevano portato in salvo il loro Tesoro e le reliquie più preziose. Le loro vele erano state annerite con del catrame per non essere visti nella notte. Durante il viaggio in mare, i Templari superstiti si riunirono in consiglio per decidere sotto quale segno avrebbero navigato, non potendo più utilizzare la classica croce rossa in quanto ormai bandita. Al termine, fu decisa l’adozione dell’antico simbolo di pericolo, il teschio con le tibie incrociate, con il fondo mutato in nero in riferimento al colore delle vele: da quel momento nacque la classica bandiera pirata.

FLOTTA TEMPLARE

Venezia 1288 d.C.

La permanenza degli stati europei in Terrasanta non significa solo costosa missione militare, ma assume anche risvolti politici ed economici.

 Le Repubbliche Marinare italiane hanno creato solide basi per il commercio e il trasporto di pellegrini con l’Oriente; in tutte le principali città orientali sono presenti importanti residenze diplomatiche e magazzini per le merci.

Nel 1204, con l’aiuto dei crociati, Venezia conquista Costantinopoli e la supremazia nel Mediterraneo Orientale a danno di Genova e Pisa: è l’inizio di conflitti. La ricchezza di questi anni, dovuta alla saggia amministrazione e alle continue donazioni, porta anche i Templari ad avere una propria flotta autonoma e ben equipaggiata..

“La buona ventura” “La rosa del tempio” “Il falco del tempio” sono alcuni dei nomi delle più conosciute imbarcazioni Templari di questi anni. I principali porti del Mediterraneo sono basi di partenza per l’Oriente e Venezia, dove noi oggi ci troviamo, rappresenta uno dei più importanti. I rapporti con questa repubblica marinara sono stati, negli anni scorsi, molto difficoltosi a causa della comunità templare di Brindisi che ha creato ostacoli nei traffici dei mercanti veneziani, sovente fatti prigionieri e derubati dei loro averi.

Con l’intervento del doge e grazie alla notoria abilità diplomatica templare si è giunti ad un accordo e ad un notevole risarcimento danni a favore dei veneziani nell’interesse sicuramente anche degli stessi monaci-soldati. I cavalieri hanno bisogno dei fondamentali appoggi logistici di Venezia sulla rotta per l’Oriente.

L’attività del porto, come possiamo notare, appare frenetica e senza sosta, arrivi e partenze si susseguono in una incredibile ridda di razze e dialetti lontani: il profitto genera sempre forze infinite! Le navi Templari partono con i prodotti necessari, dal legname ai cavalli, dalle armi agli indispensabili cereali per la permanenza in quei luoghi santi ma anche cariche di pellegrini chiassosi ed impazienti.

è un ritorno allo scopo originario per la quale i cavalieri sono stati creati ma anche incremento per l’attività’ finanziaria e di custodia dei loro averi. I Templari garantiscono una maggior sicurezza nel servizio di trasporto, essendo scortati per tutta la durata del viaggio ma anche per la loro serietà che rassicurava i passeggeri dal pericolo di un loro possibile commercio come schiavi al porto di sbarco.

Le tariffe sono economiche e questo provoca più di un contrasto con armatori senza scrupoli per i quali la rotta per Gerusalemme rappresenta solo una ulteriore fonte di guadagno: il turismo di massa incominciava i suoi primi passi e poteva risolvere notevoli questioni di bilancio e i monaci-Templari questo lo sapevano …

I collegamenti marittimi

Il collegamento tra Oriente ed Occidente era essenzialmente marittimo. Per i Templari, il termine “oltremare” significava l’Europa mentre “al di qua del mare” e più specificamente il Mar Mediterraneo, rappresentava l’Oriente. Per il trasporto merci, armi, fratelli dell’Ordine, pellegrini e cavalli, l’Ordine dei Templari aveva costruito le proprie navi.

Non era una grande flotta, simile a quelle del XIV° e XV° secolo, ma erano poche navi che partivano dai porti di Marsiglia, Nizza, Saint-Raphaël, Collioure e Aigues-Mortes in Francia e da altri porti italiani. Queste navi arrivavano nei porti orientali dopo molte soste.

Piuttosto che finanziare la manutenzione delle navi, preferivano noleggiare barche di terzi chiamate “charter”. Contemporaneamente, quando non le utilizzavano direttamente, i Templari noleggiavano le loro navi ai mercanti occidentali. Sfruttavano anche le navi di altri, quando questo era finanziariamente era più vantaggioso per l’accesso ai porti dove era prevista l’esenzione dalle imposte sui beni che trasportavano dette imbarcazioni.

I posti di comando situati nei porti svolsero un ruolo importante negli affari dei Templari. Istituzioni Templari vennero installate a Genova, Pisa e Venezia, ma era nel sud Italia, soprattutto a Brindisi, che le navi dei Templari sostavano maggiormente.

Utilizzavano due tipi di imbarcazioni: le navi e le galere. La Regola dell’Ordine ci dice che “tutte le navi d’alto mare della casa di Acri sono al comando del Comandante della Terra. E il Comandante di Acri, e tutti i fratelli che sono sotto i suoi ordini ed il suo comando e tutte le cose che fanno le navi devono essere riferite al comandante della Terra”.

Il porto di San Giovanni d’Acri era il più importante dell’Ordine. La “volta” di San Giovanni d’Acri era il nome di uno degli insediamenti di proprietà dei Templari che comprendeva un castello e gli edifici conventuali e si trovava vicino al porto tra via dei Pisani e via di Sant’Anna.

 Templari in America prima di Colombo

A metà tra storia e leggenda

 Dal 1314 ad oggi numerose, diremmo quasi infinite, sono state le storie e leggende che hanno pervaso i Templari quasi a tracciarne una continuazione prima storica e poi massonica.

Non abbiamo qui la presunzione di  verificare il vero, il verosimile o il falso, possiamo però citare alcune questioni che sono ancora oggi al centro di interesse  di numerosi storici, i quali  sono (come sempre) divisi in due fazioni : quelli che asseriscono una continuazione storica dell’Ordine e coloro che la negano.

Il porto di La Rochelle:

il mare costituisce una interessante voce nel grande capitolo dei misteri del Tempio: il porto di La Rochelle viene spesso chiamato in causa a tale proposito. Nell’evidenziare come la scarsità di precisi riferimenti sia spesso il viatico inevitabile di ricostruzioni non sempre suffragate dall’obiettività richiesta allo storico, diamo di seguito un breve cenno di tali interessanti interpretazioni, con particolare riferimento all’opera di L. Charpentier “I misteri dei Templari”.

L’autore individua in La Rochelle un luogo determinante nell’economia dell’Occidente templare e evidenzia come almeno sei strade partano dal predetto porto per arrivare nelle principali località della Francia.

Non si può non condividere la valutazione di Charpentier allorquando afferma che La Rochelle era il centro principale per la gestione delle commende e delle balie templari del versante ovest francese. Vero è che sulla costa atlantica i Templari possiedono porti in Inghilterra, in Portogallo, in Spagna. Se si considera la funzione delle commende d’Occidente nell’economia del mondo templare (sussidio alla Terra Santa templare) paiono più funzionali i porti italiani, oppure Marsiglia o Collioure (porto ubicato nei pressi della Catalogna). Eppure i Templari investono fortemente su La Rochelle e fruiscono di un passaggio privato che congiunge direttamente, come anzidetto, il recinto del Tempio con le acque del porto.

Quale è il motivo?.

Charpentier risponde facendo appello a Jean de la Varende, che nel suo libro “I gentiluomini” racconta che i Templari andavano regolarmente in America, riportando argento dalle miniere che sfruttavano nel “nuovo” continente. Questo è il motivo per cui il “popolino”, parlando dei templari, era solito dire ils avaient de l’argent, hanno dell’argento; per traslazione del significato della parola argent, del denaro; dunque, ricchezza.

Stando a Charpentier la chiave di tutto è proprio l’argento. La Rochelle sarebbe dunque il porto da cui i Templari si imbarcano per sfruttare le proprie miniere dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. A conferma di tali osservazioni, Charpentier enumera sei punti giustificativi:

  1. i templari avevano una propria flotta e quindi marinai legati all’ordine;
  2. alcuni di questi marinai erano normanni e dunque discendenti di quei vichingi che partendo dalla Groenlandia hanno presumibilmente raggiunto la Terra Nova, la Wineland, l’odierna America;
  3. tra i predetti marinai c’erano dei bretoni di cui sono attestate alcune testimonianze nella zona di Filadelfia;
  4. i Templari avevano conoscenze geografiche tali da consentire di concludere per una forma sferica della Terra (e qui viene citato il maestro della Cattedrale di Chartres, oggetto di un’altra opera di Charpentier);
  5. i Templari avevano visitato numerosi porti fenici, i quali, secondo alcune fonti, avrebbero intrapreso i medesimi itinerari marini;
  6. al momento dello scioglimento dell’ordine gli uomini del Tempio si trasferiranno in quegli ordini iberici che così rapidamente e fruttuosamente saranno in grado di realizzare la scoperta “ufficiale” del nuovo mondo. Non solo: nel timpano del nartece di Vezelay viene effigiato, tra i popoli della terra, un “indiano dalle lunghe orecchie”, non un Indiano delle Indie ma un Indiano d’America; al tempo della costruzione, 1150 circa, non si dovrebbero trovare testimonianze in tal senso.

Alcuni studiosi asseriscono che la notte del 13 Ottobre 1307, prima dell’arresto di massa, in gran segreto, 18 galee templari navigarono lungo la Senna e presero il mare, dirette a La Rochelle,

dov’era pronta una flotta templare. I Templari, segretamente avvertiti del tranello teso nei loro confronti dal Re Filippo, avevano portato in salvo il loro Tesoro e le reliquie più preziose.

Secondo questa versione la flotta templare si divise in due direzioni: una diretta in Portogallo ed una in Scozia.

Portogallo e Scozia

In Portogallo, i templari non furono sciolti, ma cambiarono il loro nome in Cavalieri di Cristo. Nel 1492, questo gruppo avrebbe fornito uomini per la spedizione di Cristoforo Colombo, e la croce dell’ordine sarebbe comparsa sulle vele delle sue navi.

L’altra parte della flotta approdò in Scozia e i Templari nascosero il loro tesori sotto la protezione di Sir William St. Clair terzo conte di Orkney. Il quartier generale dei Templari sarebbe dovuto essere  poche miglia a sud di Edimburgo. In questa zona St.Clair fece costruire la famosa cappella di Rosslyn ricca di in ogni dove di simbologie templari. Ancor oggi a visitando la Chiesa di Torphichen si notano i resti della precettoria dei Cavalieri Ospitalieri; a Temple, 8 km a sud di Glasgow ancora visibili sono  i resti di una comanderia Templare.

Rosslyn Chapel

Nel 1314, Edoardo II d’Inghilterra , affrontò gli scozzesi nella battaglia di Bannockburn. Secondo alcuni pare che i scozzesi vinsero questa determinante battaglia per la loro indipendenza grazie al tempestivo intervento della cavalleria templare. Lo scontro fu decisivo per le sorti del conflitto e produsse, come conseguenza, la restaurazione dell’indipendenza della Scozia dall’Inghilterra,

proclamata poi nel 1328, con la firma del trattato di Edimburgo-Northampton.

L’archeologo Jacques de Mahieu sostiene di aver trovato tracce di insediamenti dei Cavalieri nel continente americano e c’è chi sostiene che il famoso tesoro dei Templari, mai più ritrovato, sia stato nascosto in Nuova Scozia in Nordamerica. Qui si trova una enigmatica torre a base ottagonale di cui nessuno sa spiegare l’origine.

rosslyn2Si parla insistentemente di un viaggio intrapreso dallo scozzese Lord Sinclair, erede dei Templari riparati in Scozia, verso il continente amaricano con 12 navi nel 1398. Pare che le navi raggiunsero la Nuova Scozia e li l’equipaggio passò l’inverno. Con l’inizio della primavera, Sinclair divise in due la flotta, inviando in Scozia il suo luogotenente, il veneziano Antonio Zeno, al quale dichiarò di voler creare una colonia nella terra appena scoperta. Con l’altra metà della flotta, Sinclair iniziò una spedizione esplorativa interna, prima attraverso la Nuova Scozia e poi il New England, lasciando una serie di tracce riscontrabili tutt’oggi.

Tra queste tracce segnaliamo:

– La stele di Westford nel Massachusetts che rappresenta un Cavaliere in armatura sul cui cimiero e stemma araldico sono riconoscibili gli attributi di Sir James Gunn, altro luogotenente di Sinclair;
– La stele Sinclair con incisa la scritta: “Nel 1398 il principe Henry First Sinclair di Orkney partì dalla Scozia per fare un viaggio alla scoperta dell’America del nord. Dopo aver trascorso l’inverno in Nuova Scozia, ha navigato verso il Massachusetts e durante una spedizione interna nel 1399 si fermò su questa collina per osservare la campagna circostante, e poco dopo morì. La lapide commemorativa che adorna questa sporgenza è un memoriale a questo cavaliere.”;
– I due primitivi cannoni ritrovati al largo di Rhode Island, di quelli che per primi furono usati a bordo delle navi (Carlo Zeno, fratello di Antonio, fu il primo a introdurli nell’armamentario di

bordo per salvare Venezia, la sua città, in una battaglia navale);

-Lo scheletro, completamente vestito con l’armatura, rinvenuto nel fiume Fall River, sempre nel Massachusetts;
– Il cosiddetto “Muro del Mistero” (Mystery Walls) vicino a Halifax, in Nuova Scozia;
– Le imbarazzanti rovine di un rifugio vicino alla leggendaria scoperta di Oak Island.
Come è noto, le vele delle tre caravelle di Colombo portavano la croce rossa in campo bianco

simbolo dei Templari. Forse per farsi riconoscere dagli indigeni che poi lo accolsero con tutti gli onori?
Altri cavalieri superstiti migrarono in Scozia ed in Portogallo portando seco i loro segreti e le loro conoscenze, tra cui mappe copiate da mappe molto più antiche trovate in Terrasanta e scampate all’incendio della biblioteca di Alessandria. In particolare in Portogallo fondarono l’Ordine del

Cristo che fu promotore di grandi viaggi e scoperte geografiche.

Dopo il processo ai Templari, pare che anche il Vaticano venne in possesso di queste carte e caravella

questo spiegherebbe il fatto che il luogotenente di Colombo, Pinzon, prima di salpare, si recò a Roma a consultare gli archivi segreti del Vaticano.

Ritornando a Colombo, c’è da chiedersi: come faceva ad essere così sicuro di trovare terra? Come ha fatto su una rotta mai percorsa ad indovinare i venti, sia all’andata che al ritorno? Come ha fatto a non finire sulle barriere coralline? Sapeva certamente di non essere nelle indie, e continuando, l’equipaggio stanco ed impaurito cercò di rivoltarsi al proprio comandante, Colombo offri la sua testa in cambio di tre giorni di navigazione, ebbene il terzo giorno apparvero le terre di San Salvador..

Sembra proprio che la scoperta dell’America sia dunque avvenuta almeno un secolo prima del viaggio di Colombo, ma che sia stata tenuta segreta per non far scoprire l’ultimo rifugio dei Templari ed il loro tesoro.

Si può aggiungere:

1] Nel 1524, 32 anni dopo il primo viaggio di Colombo, il Re di Francia Francesco I° dette l’incarico al navigatore Giovanni da Verrazzano di entrare in contatto con una antica colonia americana dell’Ordine Templare fondata alla fine del quattordicesimo secolo dal nobile scozzese Henry Sinclair a Newport, nel Rhode Island nella cui baia, nei pressi di una misteriosa grande torre sarebbero state nascoste tesori e ricchezze. Verrazzano avrebbe trovato il punto di riferimento della torre, ma della colonia templare non avrebbe rinvenuto alcuna traccia: i Templari si sarebbero trasferiti da tempo altrove.

2] L’esistenza di una colonia di Cavalieri Templari rifugiatisi in America prima del viaggio di Colombo sarebbe stata tenuta nascosta perché dal nuovo continente giungevano l’oro e l’argento che permettevano il finanziamento della costruzione delle cattedrali da parte dei discendenti dei

Templari rimasti in Europa. Questi ultimi si stavano aggregando nelle confraternite di “Frati Muratori” dai quali poi derivò la Massoneria. Sulle facciate di queste cattedrali si troverebbero i simboli di tutta la scienza esoterica dei Templari.

3] La Duchessa Isabel Medina Sidonia da Toledo ha passato l’intera vita a studiare e catalogare ogni scritto conservato, in spagnolo antico e latino, conducendo approfondite ricerche. Il suo archivio racconta di patate e pomodori introdotti in Spagna all’inizio del ‘400, di dame spagnole con pappagalli, di popolazioni nere dette Indios. E così risulta che l’America era già conosciuta prima di Colombo ed era il posto dove si andava a prendere l’oro. In questi documenti si parla di viaggi di venticinque giorni durante i quali le navi facevano la traversata e si recavano in quei luoghi dove c’erano fiumi con grandi pesci, uomini di colore e grandi distese di terra. Era semplicemente vietato farne menzione, vietato da chi su di queste terre aveva un’ipoteca.
4] Nella famosa Cappella di Rosslyn in Scozia ricca di simboli templari una scultura riproduce la pannocchia di mais, una pianta americana sconosciuta in Europa. Questa scultura fu compiuta 50 anni prima che Colombo arrivasse in America.

5] Sulla tomba di Innocenzo VIII vi è la seguente incisione: “Durante il suo pontificato ebbe la gloria della scoperta del Nuovo Mondo”. Ma il Papa morì nel luglio del 1492, cioè, tre mesi prima della

data fissata dagli storici fino ad ora della scoperta dell’America.

Il tesoro celato

Tutto parte  dagli scavi eseguiti dai Templari sotto il Tempio di Salomone. E’ da qui che inizia quello che viene indicato come “Il grande segreto Templare”. Nel 1118 quando Ugo di Payns ed altri 8 cavalieri decidono di fondare l’Ordine, con l’accordo di Bernardo di Chiaravalle, le crociate erano in atto da oltre 20 anni, e cioè sin da quando nel 1096, Goffredo di Buglione, con le sue truppe, partì per l’Oriente, conquistando Gerusalemme

nel 1099.

Perché la costituzione dell’ordine avviene solamente dopo 20 anni e con il riconoscimento ufficiale altri undici anni dopo ? Qual è stato il motivo che ha indotto i Cavalieri, con l’intermediazione di Bernardo e la Chiesa Romana a darsi un regolamento? Perché anche Baldovino II, re di Gerusalemme premeva affinché l’Ordine fosse ufficializzato? C’è da dire che Baldovino già alcuni anni prima del 1118, aveva messo a disposizione di alcuni Cavalieri francesi della Champagne, fra i quali Ugo di Payns, una parte del suo palazzo: il Tempio di Salomone.

Il Tempio nel 1110 d.C. aveva già una lunga storia, poiché era stato costruito 2.000 anni prima, distrutto più volte, ricostruito e trasformato. I cavalieri francesi scoprirono che i sotterranei del palazzo rappresentavano un altro palazzo pieno di cunicoli, camere, corridoi e labirinti che in minima parte, fino ad allora, erano stati esplorati, anche perché molti ingressi erano rimasti celati da pareti.

Ottennero il permesso di Baldovino per esplorare i sotterranei ed aprire i cunicoli che fino ad allora erano rimasti segreti.

Dopo circa 3-4 anni di “scavi”, scoprirono, sotto il luogo indicato come Sancta Sanctorum, un qualcosa che indicava IESUS NAZOREUS. L’abate Sauniere troverà poi a Rennes le Château non quel “qualcosa” rinvenuto dai Templari (che nel momento del ritrovamento non si chiamavano ancora così), ma la documentazione che dimostrava il ritrovamento e l’esistenza di quel “qualcosa”. Ugo di Payns, alla fine del 1117, rientra in Francia, rende edotto di ciò che è stato ritrovato, Bernardo di Chiaravalle ed assieme, in gran segreto, incontrano Papa Pasquale II, per riferire della loro scoperta. Il 21 gennaio del 1118 Pasquale II muore.

Pochi giorni dopo, il 24 gennaio 1118, è eletto Papa, Gelasio II. Bernardo ed Ugo riferiscono quindi a papa Gelasio, quanto ritrovato. Assieme viene deciso di portare, in gran segreto, il rinvenimento, in terra europea, per non farlo cadere nelle mani degli infedeli. Nasce così il “grande segreto” dei Templari.

Il Santo Graal

graalL’origine del mito

Uno dei miti più affascinanti e =ongevi di tutta la cultura dal Medioevo in poi è senza dubbio quello del Santo Graal. Le origini del mito si perdono nella storia: con tutta probabilità le leggende legate a “coppe” o “vasi sacri” erano già tramandate da lungo tempo per via orale da cantori, trovatori e menestrelli di corte, prima che lo scrittore Chretien de Troyes, alla fine del XII sec., lo inserisse in uno dei suoi romanzi, dando vita al cosiddetto “ciclo del Graal”. Infatti, attorno al 1190 egli scrisse “Perceval le Gallois ou le Compte du Graal“, ispirandosi alla ridda di leggende ed aneddoti preesistenti =u coppe ed altri recipienti di carattere magico (di cui abbondava, ad esempio, la mitologia celtica: si pensi, ad esempio, al calderone magico di Bran). Nel romanzo, il cavaliere Parsifal, ospite nel castello del “Re Pescatore” =nfortas, assiste ad una strana processione in cui appare per la prima volta un =istico oggetto definito “Graal”, realizzato in oro puro e tempestato di pietre preziose. L’etimologia della parola viene fatta derivare dal latino “gradalis“, a sua volta desunto da un arcaico termine celtico che significa “calice”. Fu solo successivamente, intorno al 1202, con “Le Roman de l’Estoire du Graal” di Robert de Boron, che il Graal assume una connotazione cristiana, essendo identificato come il calice utilizzato =a Gesù durante l’Ultima Cena, nel quale successivamente Giuseppe di Arimatea raccolse il sangue di Gesù crocefisso. Questa caratteristica conferisce al calice delle straordinarie virtù, come quella di guarire ogni male ed, addirittura, di donare l’immortalità a colui che ne beve e, soprattutto, che ne sia degno. Secondo una delle leggende più diffuse, il primo detentore del Santo Graal fu Giuseppe di Arimatea. Quest’uomo era un ricco ebreo, membro del Sinedrio, del quale non aveva condiviso la condanna di Gesù (Luca, 23, 50 e seg.); era egli stesso un discepolo di Gesù, “ma di nascosto, per timore dei Giudei” (Giovanni, 19, 38). Dopo la morte di Gesù, vinta la paura, si recò da Pilato e ne chiese ed ottenne la salma. Dopo che un altro uomo, Nicodemo, ebbe provveduto a cospargere il cadavere di aromi quali l’aloe e la mirra, Giuseppe lo avvolse in un lenzuolo (la Sacra Sindone) e lo depose nel sepolcro. Questo è quanto riportato dai Vangeli ufficiali. La leggenda aggiunge che egli raccolse anche alcune gocce del suo sangue in un calice, che poi portò con sé in Bretagna durante la sua predicazione del Vangelo. Secondo una versione inglese, Giuseppe si spinse con i suoi uomini fino all’isola di Avalon, l’odierna Glastonbury, e lì depose il calice. Esso passò poi nelle mani dei Templari, che l’avrebbero custodito nel castello di Montsalvat, dove sarebbe stato accessibile solo ai puri di cuore predestinati, che ne avrebbero tratto la salvezza celeste o, secondo altre tradizioni, l’immortalità. L’ultima e più enigmatica versione del mito è il “Parzival” del tedesco =U>Wolfram Von Eschenbach (1200-1210 ca.). Parsifal irrompe nella vicenda come un giovane rozzo, perfetto rappresentante di una cavalleria dai modi brutali. Raggiunto il castello del Graal, fallisce nel tentativo di liberare il suo Guardiano, il Re Pescatore, misteriosamente ferito. Soltanto quando è allo stremo delle forze, umiliato, dopo aver abbandonato il mondo materiale e messo da parte il suo orgoglio, può chiedere pietà, liberare il Re Pescatore e trovare il suo Graal. In questo romanzo il Graal viene =definito “Lapis exillis“, un’espressione che a lungo si è cercato di interpretare. Le ipotesi più diffuse sono due: la prima secondo cui si tratta dell’errata trascrizione di “Lapis exiliis“, cioè “Pietra =ell’esilio”, a sottolineare il cammino spirituale cui deve giungere l’uomo per trasformarsi completamente e diventare degno di possedere il Graal. Altri autori, invece, ipotizzano che si tratta di una contrazione di “Lapis ex =oelis“, ovvero “Pietra dal cielo”, riferendosi alla leggenda narrata dallo stesso Eschenbach secondo cui il Graal sarebbe stato intagliato da uno smeraldo caduto in terra dalla testa di Lucifero durante la precipitazione agli Inferi dopo la rivolta verso il Creatore. Tutto il filone legato a queste =nterpretazioni del Graal ha dato origine ad un vero e proprio ciclo di romanzi chiamato =ciclo del Graal”. Questo ciclo si inserisce e compenetra, a sua volta, un filone ancora più grande costituito da tutta la letteratura cavalleresca bretone, =vente per protagonista il Re Artù, diventato sovrano dopo essere riuscito ad estrarre la famosa “Spada nella Roccia”, ed i suoi Cavalieri della Tavola Rotonda: Parsifal, Lancillotto, Galahad, Tristano, ecc.

Il ruolo dei Catari

Una delle numerose tradizioni =iferite al Graal, maggiormente diffusa tra la maggior parte degli studiosi moderni, =E8 quella secondo cui le origini delle leggende sul Sacro Calice vanno =icercate nell’antica eresia gnostica dei Catari, una =inaccia ed una crisi senza precedenti per la Chiesa, che sfociò in una guerra =anguinosa e brutale che ebbe il suo tragico epilogo a Montségur, ultimo =ifugio e baluardo di difesa degli esponenti di questa dottrina. I Catari, o =erfetti, raccoglievano l’eredità degli antichi Gnostici che vivevano ad =lessandria d’Egitto all’inizio della nostra era, i cui principi e fondamenti =eligiosi ci sono pervenuti grazie al ritrovamento, nel 1945, di un mucchio di =ergamene nascoste agli albori del Cristianesimo a Nag Hammadi, nei pressi del Mar =orto. Gli Gnostici ritenevano che il Dio biblico, creatore =el Cielo e della Terra, fosse in realtà un dio minore, un falso dio, creatore =oltanto della materia con la quale aveva oscurato il mondo reale, quello =eramente divino. Creando l’uomo, egli l’ha imprigionato nella materia, e l’ha =ostretto ad una vita di sofferenza che termina con la morte. L’uomo, creato a sua =immagine e somiglianza, è talmente indaffarato a creare cose sempre =uove che non vede la scintilla divina che è in lui. Egli è però in grado di =itrovare la luce del divino se non in questa vita, in un’altra: gli Gnostici =redevano nella reincarnazione. Per questo motivo, essi non riconoscevano alcuna =utorità ecclesiastica, convinti della possibilità e della capacità dell’uomo =i seguire esclusivamente la gnosi del proprio cuore, in un percorso così =nteriore e personale da non poter essere assolutamente delegato. Con il consiglio =i Nicea, indetto dall’imperatore Costantino nel 324 d.C., la dottrina gnostica =iene condannata come eretica e cominciarono le persecuzioni. Nel giro di un =ecolo, i seguaci di questa dottrina vennero letteralmente spazzati via. Alcuni si =rifugiarono sulle montagne dell’Armenia, che li proteggerà per più =i 500 anni; altri migrarono verso l’Europa: in Bulgaria, in Bosnia, ma soprattutto =el sud della Francia, in Linguadoca, dove trovarono nuovo terreno fertile. =iamo agli inizi del XI secolo: mentre il resto dell’Europa è ancora avvolto =elle tenebre del Medioevo, la Linguadoca è una regione fiorente e libera; vi si =raticano le arti e si coltiva la letteratura. In questo clima libero e permissivo, =i costituisce la comunità dei Catari, o Perfetti, che predicano il loro =essaggio di amore spirituale. Rifiutano il benessere e il matrimonio e conducono =na vita austera, che solo in pochi riescono a seguire, ma in un’epoca in cui =ll’uomo è assegnato uno scarsissimo valore essi predicano una via individuale per =iungere a Dio. In queste regioni cominciano anche a diffondersi la poesia e la =anzone; nascono i trovatori, che diffondono di corte in corte le loro =torie di armi e di amori, e cominciano a diffondersi quelle tradizioni e quelle =eggende che permeeranno tutta la letteratura del Graal. La Chiesa, preoccupata dell’eccessivo rifiorire dell’eresie che già avevano lungamente ed a =atica represso, non tardò a reagire. In quel periodo vennero istituiti =lcuni ordini religiosi fondamentali per ripristinare la vera dottrina: nacquero i Francescani, istituiti nel 1209 per riconquistare il =uore dei poveri, ma fu soprattutto con l’ordine dei Domenicani, =ondato da Domenico di Guzman nel 1215, che la Chiesa ideò il più terribile =trumento di persecuzione delle eresie: la Santa Inquisizione. Contro i Catari venne scatenata una vera e propria crociata, che culminò, nel 1244, nella capitolazione, dopo un lungo assedio che era durato quasi un anno, della fortezza di Montségur, l’ultima roccaforte catara. Qui, secondo molti =utori, s’innesta la leggenda del Graal: si tramanda che pochi giorni prima =ella capitolazione finale, alcuni esponenti della comunità catara =iuscissero a fuggire dal castello ed a portare in salvo il loro tesoro più grande, che custodivano con grande ardore: proprio il Santo Graal. I Catari avrebbero ricevuto il calice da Maria Maddalena che, sempre secondo la tradizione, l’avrebbe portato con sé da Gerusalemme. La Maddalena approdò, al termine del suo viaggio, proprio nel Sud della Francia, in un paesino della Provenza di nome Ratis, diventato poi noto come Les-Saintes-Maries-de-la-Mer. La storia dei Catari e dei loro presunti rapporti con il Graal rimase dimenticata e nascosta per molti secoli, fino a che, agli inizi del XIX =ec., non tornò alla ribalta, soprattutto grazie all’opera di numerose =ocietà occulte e gruppi esoterici legati alla dottrina catara, che avevano maturato un =rande interesse per il Graal, simbolo di una ricerca segreta ed incarnazione =ella propria missione. In questo ambiente si distinse un giovane studioso tedesco, Otto Rahn, rampollo di una nazione divisa tra sogni di gloria e di potenza e il rancore di una guerra perduta. =accogliendole testimonianze di esponenti di quelle stesse società segrete, Rahn scrisse un libro, destinato a sollevare un gran polverone: “Kreuzzug gegen der Graal” («Crociata contro il Graal», Saluzzo, 1979). Rahn, mentre si documentava per un saggio che doveva scrivere, lesse il “Parzival” e ne rimase affascinato. Wolfram Von Eschenbach era un cavaliere templare del XII =ec, e nel “Parzival” i Templari erano dipinti come i “Custodi del Graal”. Le ricerche attorno a =ontségur avevano portato Rahn a scoprire, in una grotta nella regione di =abarthez, dei graffiti Templari accanto a emblemi Catari, che secondo le sue teorie confermava l’ipotesi, già da tempo avanzata, delle relazioni che, almeno per un =erto periodo di tempo, esistettero tra i due gruppi. Nel suo libro Rahn sostenne che la tradizione secondo cui il Graal sarebbe stato custodito dai Templari nel castello di Castello di Munsalvaesche, o Montsalvat, (nome che significa “Morte Salvato”) indicasse in realtà che esso si trovava proprio in mano ai Catari, che lo nascondevano nei sotterranei del loro castello di Montségur (che significa, letteralmente, “Monte Sicuro”). Le sue teorie affascinarono gli alti esponenti del partito nazista, molto interessati alle questioni esoteriche e, soprattutto, alle due più grandi reliquie della Cristianità: il Graal e la Lancia di Longino. Heinrich Himmler lo arruolò nelle SS. C’è chi dice che Rahn abbia veramente ritrovato il Graal, e che l’abbia portato in Germania dove fu custodito e venerato nel Castello di Wewelsburg, centro esoterico e sede del dell’Ordine Nero dei Cavalieri di Himmler. In realtà nel castello l’oggetto venerato era probabilmente un simbolico calice di cristallo. Nel 13 Marzo del 1939 il corpo di Rahn venne ritrovato in fondo ad una scarpata tra le montagne dell’Austria, a =itzbühel. L’episodio non fu mai ben chiarito: le tesi ufficiali parlano di suicidio, ma si è ipotizzato che si trattasse di un’esecuzione, dovuta al fatto che Rahn si era rivelato un personaggio scomodo. Sua nonna, infatti, era di origine ebrea e non possedeva la necessaria “purezza di razza” richiesta agli appartenenti dell’esclusiva elite delle SS.

Il Graal e le vicende di Rennes-le-Château

Una delle ultime ipotesi formulate a proposito del Graal, recentemente rilanciata dal successo del romanzo “Il Codice Da Vinci”, bestseller mondiale di Dan Brown, considera il Graal non come oggetto materiale, ma come simbolo. Gli scrittori M. Baigent, H. Lincoln e R. Leigh, nel libro “Il Santo Graal” (“The Holy Blood And The Holy Grail“, Londra, 1982) ipotizzano che la dicitura francese che da sempre ha identificato questo oggetto, “San Greal“, tradotta in Santo Graal, andrebbe in realtà letta come “Sang Real“, cioè “Sangue Reale”. Attraverso una serie di ragionamenti e di interpolazioni di =atti storici e di interpretazioni di passi dei Vangeli (sia, canonici, sia apocrifi) essi ipotizzano che Maria Maddalena fosse stata la moglie di Gesù, e da questi abbia avuto una discendenza. In quest’ottica, la tradizione secondo cui la Maddalena, dopo la morte di Gesù, sia emigrata in Francia portando con sé il Graal, andrebbe interpretata dicendo che ella fuggì in Europa portando con sé, in grembo, il figlio avuto da Gesù. La teoria, contrastata dalla chiesa che naturalmente la ritiene eretica, ha ricevuto molti consensi in ambito esoterico, ed è salita alla ribalta con l’esplosione del caso legato alle vicende di vasta letteratura che ne analizza e ne sviscera ogni più piccola sfaccettatura. In questa sede ci limitiamo soltanto ad un breve =ccenno. Tra le numerose teorie sviluppate attorno agli avvenimento accaduti nel piccolo paese francese sul finire del XIX sec., spicca quella secondo cui un misterioso ordine segreto, legato ai Templari, sia sopravvissuto attraverso i secoli sotto vari nomi e aspetti diversi con lo scopo di proteggere e tramandare i discendenti di Gesù e Maria Maddalena, dai quali fu originata la stirpe dei Merovingi ed alla quale erano imparentate molte delle famiglie nobili d’Europa. Il nome di questo gruppo esoterico era Priorato di Sion; fondato da Goffredo di Buglione nel 1099, avrebbe vantato tra i suoi Gran Maestri figure di spicco come Nicolas Flamel, Sandro Botticelli, Leonardo Da Vinci, Robert Fludd, Isaac Newton e, per finire, ai giorni nostri, Victor Hugo, Claude Debussy e =ean Cocteau. Alcune recenti inchieste sulla vicenda hanno portato a scoprire che il Priorato di Sion, almeno quello (ri)fondato nel 1956 da Pierre =lantard ed i suoi soci, non sarebbe altro che una mistificazione, come falsi sarebbero anche i testi delle due pergamene ritrovate dall’abate Berenger Sauniere all’interno di un pilastro mentre si accingeva al restauro della piccola chiesa della Maddalena a Rennes. I due testi, che lasciavano intendere l’esistenza di un favoloso tesoro appartenente ai Merovingi ed al Priorato stesso, sarebbero opera di Philippe de Cherisey, socio di Plantard, come egli stesso avrebbe rivelato in un articolo della rivista “Circuit” nel 1978. Ma al di là delle mistificazioni e dell’intorbidamento della vicenda avvenuto nel secolo scorso (che potrebbe benissimo essere vista come un’elegante operazione di cover-up), non può essere escluso che nei secoli sia esistito davvero un gruppo esoterico clandestino convinto della reale discendenza del Cristo (il vero Graal) ed in base a queste convinzioni (vere o false che siano) abbia agito ed operato nella clandestinità, lasciando indizi ai pochi iniziati in grado di comprenderli, nelle loro opere (libri, dipinti, composizioni musicali, ecc.).

Diavoli bianchi

L’efficiente organizzazione, il fanatismo che li guidava in ogni loro azione, l’orgoglio di appartenere ad un Ordine potente ed onorato, ad una vera e propria casta guerriera, temuta e rispettata dal nemico come dall’amico, ascoltata dal potente, e pure la ferrea volontà di sopravvanzare a qualunque costo le altre congregazioni combattenti, fecero dei Templari una macchina da guerra formidabile. templarssomt2Tanto che per il miles templi malauguratamente caduto in mani nemiche non v’era misericordia. Per i diavoli bianchi, per i balis buyùd, come li chiamava con un misto di timore ed odio l’infedele, quasi non v’era alternativa alla vittoria, se non la morte.

Un’efficiente organizzazione militare, come evidenzia, ancora una volta, la Règle. Il gonfanon bauçant deve essere difeso con la propria vita, il bianco ed il nero in alto levati guideranno i prodi nella carica, in caso di pericolo tutti i fratelli devono riunirsi attorno ad esso, e per nessun motivo esso dev’essere abbassato.

“E se, Dio non voglia, accade che i cristiani siano sconfitti, nessuno deve abbandonare il campo di battaglia e tornare alla guarnigione finchè rimane in piedi anche un solo vessillo bicolore; e chi lo fa venga espulso per sempre dalla casa. E quando è chiaro che non c’è più niente da fare, si raggiunga il più vicino gonfalone dell’Ospedale – doveva essere questo un caso estremo – o un altro gonfalone cristiano, se ce ne sono  se anche questi vengono abbattuti ci si diriga verso la propria guarnigione, là dove piaccia a Dio”.

file006087Casi estremi, notavamo, che pur si verificarono. Come il 4 luglio del 1187, ai Corni di Hattin, quando le armate crociate subirono un calamitoso rovescio, che si rivelò esiziale per le sorti cristiane in Outremer. Gli infedeli avevano finalmente trovato un condottiero abile e determinato, una guida carismatica capace di superare, anche con l’uso della forza, le rivalità interne che minavano la compagine musulmana: il curdo Yusuf Ibn Ayyub Salah al-Din, che la storia ricorderà come Saladino.

Le truppe cristiane sono stanche, stremate da una lunga marcia nel caldo torrido del deserto, sotto un sole implacabile. Due soluzioni si pongono: sostare o combattere. Re Guido di Gerusalemme opta per la prima.

Decisione fatale. Non c’è acqua, l’unico pozzo è asciutto, l’eroe dell’Islam è accampato poco oltre, nella pianura sottostante, le sue truppe sono fresche, la sua grande occasione è giunta. Fa appiccare il fuoco alla sterpaglia che cresce stenta attorno alla collina, e col favore dell’oscurità dispone al meglio i suoi uomini.

Sabato 4 luglio, all’alba, dà battaglia. Per i cristiani sarà una giornata disastrosa. Non si contano i morti, tutti combatterono con indomito coraggio, le gesta eroiche furono innumeri, ma inani. Troppo lo strapotere musulmano, troppo il divario in campo. Al termine di quella terribibile giornata Saladino diede ancora

prova della sua nobiltà d’animo, dimostrandosi magnanimo nei confronti degli sconfitti, che tanto coraggio e spregio della morte dimostrarono sul campo. Ma non ci fu grazia per i Templari, né per i loro fratelli Ospedalieri. I balis buyùd prigionieri, ad eccezione del Gran Maestro Gérard de Ridefort, furono affidati ad un gruppo di fanatici sufi, che li trucidarono dopo aver inflitto loro lunghissime, terribili torture. Evento ancor più umiliante, nel corso di quella tristissima crociata i Templari persero pure il frammento della Vera Croce loro affidato! Un infausto segno del terribile destino incombente sui bianchi Cavalieri dalla croce rossa! .

La disfatta dei Corni di Hattin segnò il declino irreversibile delle fortune crociate in Terra Santa: quello stesso anno Saladino occupò Gerusalemme.

file005147Le spade Templari si misero ancora in evidenza nel corso delle rovinose battaglie di Acri, nel 1189, ove Gérard de Ridefort cadde in mani nemiche e venne messo a morte, di Gaza (17 ottobre del 1244, caddero sul campo il Gran Maestro, Armando di Périgord, il maresciallo e numerosissimi cavalieri, pare che al massacro ne sopravvissero solo trentatre ), di al-Mansura , ennesimo umiliante rovescio per i cristiani (re Luigi IX di Francia venne fatto prigioniero dai musulmani, ed i Templari vennero ancora una volta accusati d’essere i responsabili, causa la loro condotta dissennata, dell’esito negativo della giornata), il gonfanon bauçant radunerà ancora sotto i suoi colori combattenti devoti e coraggiosi, ma per l’Ordo la stagione dei trionfi pare avviarsi al lento ed inesorabile tramonto.

Furono sprezzanti della morte, ma troppo spesso irruenti, egoisti, tanto da apparir avidi più che di vittorie di bottini, più che di glorie spirituali da conquistare sul campo di ricchezze terrene, tanto che non si contarono i loro detrattori, autori anche di feroci accuse mai compiutamente provate, ma decisive, in seguito, quando l’Ordo si trovò nella difficile, ed imbarazzante, condizione di difendere la stessa esistenza sua e dei suoi membri. Furono tacciati di corruzione morale, di inaffidabilità, di tradimento. Il cronista Guglielmo di Tiro fu uno dei loro più accaniti detrattori, ed il suo giudizio negativo sopravviverà nei secoli.

La sua certo è una posizione faziosa, tendendo solo ad evidenziare gli aspetti negativi della condotta Templare, ignorando d’altro canto contingenze o colpe altrui. Soprattutto, egli insistette sull’avidità dimostrata, a suo dire, in più d’una occasione dai Templari, e sui loro comprovati rapporti con la setta dissidente degli ismaeliti.I seguaci di Rashid al-Din Sinan, il Vecchio della Montagna erano anch’essi usi alla ferrea disciplina, come i Templari, e la costituzioe dell’Ordo influenzò la loro organizzazione. Due sorti strettamente legate, nel bene e nel male. Anche l’Ordine Ismailita fu oggetto di persecuzioni feroci, i suoi membri furono accusati di essere degli assassini, tanto che la Storia gli ha resi noti proprio con questo nome, appunto Assassini. Essi furono infatti autori di attentati calcolati con freddezza inaudita, innumeri furono gli avversari che caddero sotto i loro precisissimi colpi. Chiusi nei loro castelli, essi accrebbero col loro isolamento, col loro fanatico stoicismo la sinistra fama che li adombrava. Vennero tacciati di essere solo dei terroristi assetati di sangue e di violenza, asserviti al loro Gran Maestro, al dispotico e terribile Vecchio della Montagna, dei propugnatori d’un clima di terrore intollerabile ed autori di inimmaginabili nefandezze, dalla Siria alla Persia. Per compiere i loro efferati delitti, si diceva che questi ribelli sicari facessero abbondante uso di sostanze allucinogene, di agire sotto l’effetto di droghe, tanto che una etimologia riconosciuta comunque palesemente falsa farebbe derivare la definizione Assassini da hashashiyyun, consumatori di hashish. Nelle sue cronache, Guglielmo di Tiro accenna ad un tributo di 2000 pezzi d’oro che gli Ismailiti erano tenuti a versare annualmente ai Templari, e che questi addirittura contrastarono la volontà del Vecchio della Montagna, evento comunque palesemente inverosimile e mai provato da fonti certe, di farsi cristiano perché in tal caso essi non avrebbero ovviamente potuto esigere il pesante balzello. Un ulteriore esempio dell’avidità, e della doppiezza, dei membri dell’ordine, secondo lo zelante cronista!

Ovviamente i contatti fra Templari ed Ismailiti riguardano pure gli aspetti “esoterici” della storia dell’Ordine del Tempio, che non riguardano il presente sunto e che verranno competentemente trattati in altra sede.

Concludiamo così la prima parte dei nostri “Cenni di Storia dell’Ordine del Tempio”; nella seconda tratteremo più diffusamente degli anni della decadenza e del processo che ne sancì la fine storica.

                                                      Bibliografia.

Sir Steven Runciman – Storia delle Crociate – Einaudi Tascabili (opera fondamentale ed insostituibile per chiarezza e competenza)

Peter Partner – I Templari – Einaudi Tascabili

Jose Vincenzo Molle – I Templari – La Regola e gli Statuti dell’Ordine – ECIG

Per una più approfondita conoscenza delle origini della cavalleria medievale, consigliatissima l’opera di Franco Cardini, “Alle radici della cavalleria medievale” – La Nuova Italia

Per quanto concerne gli Ismailiti, fonte insostituibile si è dimostrata l’articolo “Gli antenati dell’Aga Khan”,

pubblicato a firma di Leonardo Capezzone sul nr. 10 – Ottobre 1999 – della rivista “Medioevo”.

BOLLE RIGUARDANTI L’ORDINE TEMPLARE

1129 – Atti del Concilio di Troyes

Approvazione della Regola da parte dei Padri Conciliari

1130 circa – De laude novae militiae

San Bernardo loda la nuova cavalleria e consacra i Templari

1135 – Concilio di Pisa

Ratifica della Regola e concessioni ai Templari

1139 (29 marzo) – Omne Datum Optimum

Innocenzo II approva la regola ed accorda la protezione papale.

1144 (9 giugno) – Milites Templi

Celestino II fornisce protezione ecclesiastica e sollecita elargizioni.

1145 (7 aprile)- Militia Dei

Eugenio III concede di raccogliere decime e sepoltura autonoma.

Il pontefice concede anche l’uso della croce patente.

1307 (22 novembre) – Pastoralis Praeminentiae

Clemente V ordina l’arresto dei Cavalieri e la confisca dei beni.

1308 (12 agosto) – Faciens Misericordiam

Clemente V dispone la procedura per perseguire i Templari.

1308 (12 agosto) – Regnans in Coelis

Clemente V convoca il Concilio di Vienne per discutere dei Templari.

1312 – Concilio di Vienne

20 marzo: si decide la soppressione dell’Ordine.

1312 (22 marzo) – Vox in Excelso

Clemente V scioglie l’ordine dei Cavalieri Templari.

1312 (2 maggio) – Ad Providam Christi Vicarii

Clemente V concede le proprietà dei Templari agli Ospitalieri.

1312 (6 maggio) – Considerantes Dudum

Clemente V – Definisce le sorti dei confessi e dei relapsi.

STRUTTURA della COMANDERIA

Questa è una succinta esplicazione di come è strutturata la Comanderia e quali sono le funzioni di ogni suo componente.

Si precisa che nella propria organizzazione interna la Comanderia  adotta il criterio delle antiche gerarchie templari, con una struttura di tipo militare.

Struttura della Comanderia  e principi fondamentali

La Comanderia è l’unità organizzativa elementare più significativa della Confraternita.

Essa deve constare di almeno nove membri salvo dispensa, in casi eccezionali, da parte dell’Autorità templare gerarchicamente superiore.

La Comanderia  è guidata da un Comandante, che ne è il responsabile, assistito da un Consiglio degli Ufficiali e dal Cappellano in qualità di guida spirituale.

Nell’ambito della Comanderia  possono essere istituite delle sezioni speciali, informandone l’Autorità templare gerarchicamente superiore.

Eventuali gruppi di lavoro, di ricerca o di approfondimento, potranno essere liberamente costituiti per arrivare a conclusioni informative o propositive di sintesi.

Per le questioni di maggior rilievo il Comandante  deve chiedere un parere alle Autorità della Confraternita. immediatamente superiori, adeguandosi alle motivazioni che da queste gli saranno date.

Responsabile della Comanderia

Il Comandante della Comanderia è la suprema autorità della Comanderia. Egli viene installato mediante un apposito Rituale dall’Autorità templare gerarchicamente superiore ed è direttamente responsabile del suo operato nei confronti  dei Grandi Ufficali e del Magnum Magisterium

Funzioni del Comandante

Dal Comandante  dipende il buon funzionamento della Comanderia  essendone l’unico e diretto responsabile.

Coordina e dirige tutta l’attività della Comanderia  ed ha funzioni di rappresentanza, organizzazione e gestione. Per garantire il corretto svolgimento di tutte le attività, il Comandante  nomina gli Ufficiali di Commenda e può affidare degli incarichi di responsabilità. Poichè è la guida spirituale e morale  egli deve essere il catalizzatore delle risorse morali e spirituali dei suoi Cavalieri ed ha il potere di conferire la investitura cavalleresca secondo le procedure di cui al Codice ed i Rituali della Confraternita.

Egli deve:

a) elaborare un programma di lavoro , concordandolo con il Consiglio degli Ufficiali e, poi, con i membri della Comandaria  stessa;

b) organizzare le riunioni ed i Capitoli rituali, informare ed assistere i membri , eventualmente predisponendo programmi o progetti di studio e di approfondimento sui principali temi della vita personale o sociale secondo i principi spirituali e templari;

c) accogliere e preparare i postulanti, procedendo direttamente, se possibile, alla loro formazione templare;

d) amministra  in modo efficace, dando per primo l’esempio delle qualità di un Cavaliere templare;

e) lavorare con impegno, meditazione e concentrazione, con serenità e in modo tale da non far risultare tanto le sue qualità quanto quelle degli altri membri.

f)Inoltre, autorizza l’uscita ufficiale del labaro durante le varie cerimonie e manifestazioni ufficiali

g) tenere costantemente informato le Autorità templari gerarchicamente superiori sulle proprie attività e su quelle della Comanderia;

Ufficiali della Commenda

1 Gli Ufficiali della Comanderia  sono scelti ed installati dal Comandante, con un apposito Rituale, anche nel corso della cerimonia di istituzione di una nuova Com.ria o della installazione del nuovo Com .te.

2 Gli Ufficiali restano in carica sino al termine del mandato del Com.te che li ha installati.

3 Qualora per ragioni personali o morali o per contrasti non sanabili o non ancora sanati secondo le procedure interne dell’Ordine, previste dal Codice, si determini la necessità di una sostituzione o di una integrazione di uno o più Ufficiali, provvede il Com.te  ed il nuovo Ufficiale resta in carica sino al termine del mandato del Com.te che lo ha installato.

Funzioni degli Ufficiali

Gli Ufficiali della Comanderia  sono, in ordine di precedenza:

  • il Cancelliere;
  • il Maestro delle Cerimonie;
  • il Cappellano
  • il Tesoriere con funzioni, se del caso, anche di Siniscalco – Segretario.

In relazione, poi, alle dimensioni della Com.ria, possono essere disgiunte le due funzioni di cui sopra e ad esse possono aggiungersi quelle relative a:

  • Il Referendario;
  • l’Elemosiniere;
  • l’Ospitaliere;
  • il Maniscalco;
  • il fr.Guardiano;

Tutti questi Ufficiali sono membri di diritto del Consiglio della Com.ria .

Possono, altresì, essere installati altri Ufficiali della Com.ria, con funzioni specifiche o temporanee, in relazione a particolari cerimonie templari, quali, il Portaspada, il Portastendardo, il Musicante, l’Araldo e così via; questi Ufficiali non fanno parte del Consiglio della Com.ria , ma possono essere di volta in volta convocati.

 

Funzioni del Cancelliere

Il Cancelliere è il ” notaio ” della Com.ria  In particolare egli deve:

a) sostituire il Com.te nelle sue funzioni qualora ad esse questi sia momentaneamente impossibilitato;

b) rispettare e far rispettare i Regolamenti e gli Statuti della Confraternita e la normativa magistrale nel suo insieme;

c) concretizzare le conclusioni alle quali si sarà pervenuti nel corso delle riunioni della Com.ria;

d) curare la tenuta e la conservazione dei documenti ufficiali, del libro delle Decisioni della Com.ria  co-responsabilità di redigere, trasmettere e custodire tutti gli atti ufficiali della Com.ria

e) tenere ed aggiornare il registro degli iscritti;

f)incaricato delle proposte e relative istruttorie per la procedura di ammissione nell’Ordine, essendo l’unico custode delle domande di ammissione e della relativa documentazione.

Funzioni del Maestro delle Cerimonie

Il Maestro delle Cerimonie è il responsabile della corretta e puntuale applicazione dei Rituali. In particolare egli deve:

a) essere il depositario della continuità delle tradizioni rituali della Confraternita

b) promuovere analisi, studi e ricerche sui cerimoniali della Confraternita;

c) applicare i Rituali dirigendo le cerimonie ufficiali e, in particolare, i Capitoli, conformemente al Rituale della Confraternita;

d) accogliere i nuovi membri della Com.ria ;

e) impartire ai postulanti gli insegnamenti necessari per metterli in grado di essere degni della loro futura investitura.

f) è il custode del labaro della Com.ria e ne cura l’esposizione durante la partecipazione a cerimonie e manifestazioni ufficiali, previa autorizzazione da parte del Com.te  in caso di assenza e/o impedimento da parte di questo

Funzioni del Cappellano

E’ la guida spirituale della Com.ria , solitamente celebra la S. Messa per i Cavalieri, può proferisce la Liturgia della Parola nei Capitoli; è il responsabile dell’opera di beneficenza, organizza, coordina e sovrintende ai progetti ed alle opere caritatevoli. Su incarico del Com.te  può di dirimere, in via bonaria, su eventuali contrasti che possano insorgere fra i membri della Com.ria .

Funzioni del Tesoriere

Il Tesoriere è il responsabile dei beni della Com.ria di cui è tenuto a redigere e tenere aggiornato l’inventario. È incaricato della tenuta dei conti e della gestione finanziaria e contabile. A lui spetta di provvedere alla raccolta dei fondi e di incassare le quote annuali che dovrà trasmettere al Priorato. Egli dà conto della sua attività attraverso i resoconti finanziari annuali.

In particolare egli deve:

a) accudire agli impegni di natura finanziaria, provvedendo agli acquisti ed ai pagamenti;

b) predisporre i registri contabili conformemente ai principi contabili della Confraternita;

 

c) riscuotere le capitazioni, i proventi di eventuali contribuzioni, le risorse ottenute con la questua, gli oboli ed ogni altro apporto finanziario alla Com.ria;

d) depositare i fondi così ottenuti nel Tesoro della Com.ria  ed amministrarli secondo la migliore professionalità ed onestà possibili;

e) effettuare i trasferimenti , d’intesa con il Com.te ;

f) informare periodicamente il Com.te  sullo stato economico della Com.ria  e sulle eventuali manchevolezze riscontrate.

Funzioni del Siniscalco o Segretario

Il Segretario ha funzioni amministrative interne alla Com.ria .

In particolare egli deve:

a) convocare i Cavalieri e le Dame templari ai Capitoli o ad altre riunioni o manifestazioni della Com.ria con sufficiente preavviso;

b) redigere verbali fedeli ed accurati delle riunion e, in particolare modo, dei Capitoli, secondo gli schemi all’uopo predisposti dal Priorato;

c) trasmettere puntualmente tali documenti ;

d) tenere l’archivio della corrispondenza e degli studi .

Funzioni del Referendario

Il Referendario è il consulente giuridico della Com.ria . È incaricato per conto del Com.te dell’istruttoria relativa alla redazione di proposte di atti (Decreti o Regolamenti) ed è il garante della legittimità templare, essendo il responsabile dell’attuazione delle fonti del diritto magistrale e delle istruttorie per la sua integrazione o variazione.

Ha l’obbligo di predisporre un’istruttoria preliminare per il Com.te  su eventuali contrasti che possano insorgere fra i membri della Com.ria .

 

Funzioni dell’Elemosiniere

L’Elemosiniere è il responsabile delle questioni sociali ed ha la funzione di promotore e di coordinatore delle attività di carità, delle opere di misericordia, della ricerca degli sostenitori  per iniziative benefiche  o di spettanza della Com.ria  nel quadro di un’iniziativa del Cappellano o della Confraternita in generale. E’ il tenutario della questua.

Funzioni del Maniscalco

Il Maniscalco ha la funzione di sviluppare le attività culturali e di ricerca .  Egli è, inoltre, il coordinatore del Gruppo di Studio e Ricerca Storica Templare nella cui funzione è il responsabile delle attività storico-culturali , concorre al percorso formativo dei Cavalieri, degli Scudieri e dei Novizi.

Funzioni delle Dame e Cavalieri

Sono alla base della Com.ria  ed anche il cuore e la forza di cui fanno parte e dipendono direttamente dal Com.te  . Le loro attività di ricerca, studio e beneficenza sono molteplici e varie. Tutte le iniziative culturali, morali e materiali partono di solito da loro proposte che vengono discusse nelle adunanze.

Funzioni degli Scudieri e Sergenti

Hanno funzioni di supporto alla Com.ria  ed ai Cavalieri.

Consiglio della Commenda

Il Consiglio degli Ufficiali della Commenda è formato dal Com.te , dal Cancelliere, dal Maestro delle Cerimonie, dal Cappellano, dal Tesoriere (e dal Siniscalco, dall’Elemosiniere e dal Maniscalco, qualora installati nell’esercizio delle loro specifiche funzioni) i quali esercitano le funzioni loro conferite secondo il Rituale, al momento della cerimonia di installazione degli Ufficiali.

Possono partecipare al Consiglio, eccezionalmente, anche altri membri della Com.ria , eventualmente chiamati a portare il contributo della loro esperienza limitatamente a determinate questioni oggetto di esame da parte del Consiglio.

Attività del Consiglio di Comanderia

Il Consiglio  è formato dal Com.te  e dagli Ufficiali di Com.ria  (Cancelliere, Maestro delle Cerimonie, Cappellano, Tesoriere, Segretario-Siniscalco, Referendario, Elemosiniere, Guardiano, Maniscalco, Cappellano) ed ha funzioni di indirizzare, stabilire ed organizzare tutte le attività generali della Com.ria .

Per casi particolari il Consiglio può chiedere la partecipazione dei Cavalieri della Com.ria  in qualità di consulenti.

  • Il Com.te  convoca il Consiglio degli Ufficiali della Com.ria  ogni qual volta se ne presenti la necessità per la vita della Com.ria , per definire il programma d’attività e per la preparazione dei Capitoli. Tutti i problemi a carattere non preminentemente templare vanno discussi in seno al Consiglio degli Ufficiali.
  • Gli Ufficiali possono presentare anche altre proposte od argomenti di interesse della Com.ria .
  • I dibattiti ed i lavori del Consiglio hanno carattere riservato.
  • La riunione del Consiglio degli Ufficiali si deve tenere almeno una volta a trimestre. Queste riunioni sono destinate a predisporre, all’inizio dell’anno, il calendario dei lavori e delle manifestazioni della Com.ria , l’ordine del giorno dei Capitoli ed a provvedere all’amministrazione della Com.ria .
  • Un progetto di ordine del giorno è proposto dal Com.te  all’inizio della riunione, anche tenendo conto delle eventuali richieste ricevute dagli Ufficiali della Com.ria .
  • L’ordine del giorno e le eventuali azioni da svolgere sono definitivamente approvati, dopo opportuna discussione, alla maggioranza semplice degli Ufficiali della Com.ria  presenti.
  • Il processo verbale delle riunioni del Consiglio degli Ufficiali deve essere trasmesso alle autorità superiori a cura del Com.te  o, per suo conto, dal Cancelliere.

Struttura territoriale e Gerarchia templare

La struttura base dell’organizzazione templare era chiamata “domus”, “magione” o “precettoria”. Il Templare responsabile della conduzione e di quanti dimorano nella casa era il “precettore”. Vi erano precettorie maggiori e minori: quelle minori erano in genere, situate in zone rurali e avevano alle loro dipendenze “grange” o fattorie. La precettorie maggiori erano quelle poste in città e che avevano alle loro dipendenze altre case. L’insieme di più precettorie formava la “balia”, più balie costituivano una “provincia”.  A  capo  delle “domus”, grandi o piccole che fossero, e delle “balie” spettava il titolo di “precettore” (preceptor), a quelli preposti alla guida delle provincie competeva il titolo di “Maestro provinciale” (magister provincialis). Sopra a tutti c’era il “Maestro generale” dell’Ordine (magister generalis) conosciuto come “Gran Maestro” perché così tramandato, impropriamente da molti storici. La suddivisione dell’Ordine del Tempio in Provincie non fu sempre uguale: mutò nel corso degli anni e con l’accrescimento dei possedimenti. La prima provincia ad essere costituita fu nel 1130 la Francia e il suo Maestro provinciale fu Payen de Montdidier, compagno di Hugues de Payns. Fino al magistero di Bertrand de Blanquefort (1156-1169), sesto Maestro generale, non vi fu un assetto territoriale ben definito. Egli si rese conto che il moltiplicarsi degli insediamenti europei non consentiva più, a ogni singola casa del Tempio, di fare riferimento al solo Maestro in Terra Santa. Le donazioni ci danno esempi da cui si può dedurre che i possessi Templari in Occidente iniziarono ad essere raggruppati in entità territoriali, dette poi provincie ( dopo il 1160). Troviamo infatti donazioni fatte ai seniores de Templo Domini de Jherusalem, al  servus Dei et Miliciae Templi  in Aragona, ai ministri in Inghilterra e Aquitania  e ai missi de templo de Jerusalem in Italia. Durante il Magistero di Bertrand de Blanquefort si trovano i primi documenti con citazioni di “preceptor” riferentesi a una provincia. A capo di ognuna di queste provincie vi era un precettore con ampia autonomia decisionale, controllato da un procuratore generale, poi da un visitatore cismarino che potremmo definire, grossomodo, un Maestro  d’Occidente.  Questi però, a  differenza del “magister generalis” che risiedeva in Oriente nella casa madre di Gerusalemme, era itinerante e con compiti essenzialmente di controllo. La gerarchia templare, come descritta negli articoli della regola ( versione francese) è la seguente: Maestro (Art.77-80), Siniscalco (Art.99-100), Maresciallo (Art.101-103), Commendatore del Regno di Gerusalemme (Art.110), Commendatore della Città di Gerusalemme (Art.120-124), Commendatore di Tripoli e di Antiochia (Art.125-126), Drappiere (Art.130-131), Commendatore delle Case (Art.132-136), Commendatore dei Cavalieri (Art.137), Fratelli cavalieri  e  sergenti del Convento  (Art.138-141), Turcopolerio “Turcoples” o “Turcopoles” (Art.169-172), Sotto – Maresciallo (un sergente)  (Art.173-176), Gonfaloniere (un sergente) (Art.177-179), Fratelli Sergenti commendatori delle case (Art.180), Fratelli Domestici (frères casaliers) (Art.181), Fratelli infermieri (frères infirmiers ) (Art. 190-197). Nel loro insieme, i ranghi, e in special modo i cinque ranghi più alti, corrispondevano alla gerarchia feudale dell’Europa medievale. La distinzione tra cavalieri e sergenti è quella di maggiore rilevanza, anche nei casi in cui i sergenti, per mancanza di cavalieri in una piccola casa, o per loro qualità personali, occupavano posti apparentemente uguali a quelli dei loro “fratelli cavalieri”. Man mano che l’Ordine si espandeva in tutta Europa si moltiplicavano le anomalie nei titoli e nei ranghi, tanto che non sembra esserci stata una norma d’applicazione universalmente valida per titoli come quello di Commendatore. La confusione riguardante l’attribuzione dei titoli aumentò durante il secolo XII. Con l’istituzione della flotta si svilupparono altri ruoli e, di conseguenza, altri ranghi come quello di “commendatore della flotta” simili a quello in uso tra gli Ospitalieri . Al centro di questa immensa struttura, i Cavalieri Templari, erano solo una minoranza che rappresentava un’élite militare. L’intero Ordine, a partire della gerarchia, la finanza, l’agricoltura, fino al reclutamento, era finalizzato ad un unico scopo: il mantenimento di questo corpo ben equipaggiato e ben preparato di cavalieri pronti ad ogni momento ed entrare in azione. Il rapporto tra fratelli e cavalieri era circa di 10 a 1 come stima il Lea traendolo dai dati in suo possesso.

Bibliografia:

BURMAN E. , I Templari. L’Ordine dei poveri cavalieri del Tempio di Salomone, Firenze, 1988,  p.48;  RILEY-SMITH J. ,The Knights of St. John, in Jerusalem and Cyprus c.1050 – 1310, Londra, 1967, pp. 329-330; Cit. in BURMAN, p. 68;

Jacques de Molay ultimo Maestro

L’assenza di documentazione adeguata impedisce di individuare il luogo esatto e la data di nascita di Jacques de Molay. Tuttavia, le informazioni trovate nella trascrizione di documenti reperiti negli archivi dei regni europei del tempo, collocano la nascita  di Jacques de Molay nel 1245 circa in Alta Saone, nella contea di Borgogna.

crociat03Questa località è la più accreditata tra gli storici, e, quindi ne consegue che il De Molay non era suddito del Re di Francia, ma dell’Impero germanico.  Nel 1265, fu ricevuto nell’ Ordine a Beaune da Humbert Pairaud, visitatore proveniente da Francia e Inghilterra e da Amaury de la Roche, maestro della Francia.  Ai giudici che nell’ottobre del 1307 e nell’anno successivo lo interrogarono non dice mai l’età, ma dichiara di essere nell’ordine da 42 anni, il che conferma che era stato ricevuto nel 1265 oppure nel 1266. Demurger deduce la probabile data di nascita dalla supposizione che si diventa cavalieri intorno ai 20 anni e solo dopo si poteva entrare nell’Ordine e colloca quindi la data tra il 1245 e il 1244. Tuttavia da altre testimonianze ricavate dai verbali dei Templari interrogati nel 1307, si deduce che alcuni di essi  avevano ricevuto l’investitura a cavaliere tra i 16 e i 17 anni, altri in età più giovane, altri ancora tra i 20 e i 25 anni, il che potrebbe far variare la probabile data di nascita dal 1244-45 al 1248-49 o, addirittura, tra il 1240 -1250, collocando la sua infanzia all’epoca della crociata di re Luigi IX. Nulla si sa sulle motivazioni che lo fecero entrare nell’Ordine: era forse il secondogenito di un famiglia della piccola o media nobiltà e per questo votato alla Chiesa o al Tempio?

molayA tale proposito il Demurger segnala  due indizi che si trovano nelle fonti e  che fanno pensare che la prima motivazione potrebbe essere di ordine familiare. All’epoca in cui De Molay era nell’Ordine, esisteva tra i dignitari del Tempio in Terra Santa, un certo Guillaume de Malay, o Molaho o Malart, che è segnalato come maresciallo del Tempio nel 1262 e come drappiere nel 1271. Ma  il Maresciallo e il Drappiere potrebbero essere la stessa persona?  Ci sono dubbi e, inoltre, che siano una o due persone diverse, questi  erano sicuramente parenti di Jacques?

Se è così, come si è verificato per altri cavalieri accolti nel tempio perché parenti di altri cavalieri talora con legami stretti ( zio – nipote , fratelli , cugini), ciò potrebbe essere stata una buona ragione per entrare nell’Ordine.

Si può evocare anche l’interesse della Franca Contea e, più in particolare, della Borgogna per la crociata e per gli ordini militari: infatti intorno a De Molay eletto Maestro dell’Ordine gravitano un certo numero di personaggi originari di tale Regione quali  Aymon d’Oiselay – maresciallo dell’Ordine- Jacques de la Rochelle  ecc.

Nulla si sa nulla sui primi anni dell’entrata nel tempio di De Molay, né di qundo è passato in Oriente, solo supposizioni tratte da episodi evocati  nelle deposizioni del processo, che lo collocano in Terra Santa al momento dell’elezione del maestro Guillaume de Beaujeu e durante la permanenza del re d’Inghilterra Edoardo I (allora ancora principe) ad Acri e durante il periodo della tregua generale di 10 anni stipulata con il sultano Baybars. Edoardo lascia Acri nel 1272 a fine anno, nel 1273 diventa re, il maestro Guillaume de Beaujeu viene eletto il 13 maggio 1273 mentre si trova in Italia e raggiungerà la Terrasanta nel 1275.Quindi se ne deduce che Jacques  sia giunto in Terrasanta tra il 1273- elezione del De Beaujeu – e il 1282- fine della tregua generale a cui aveva contribuito Edoardo I. Tuttavia il testo delle deposizioni si basano essenzialmente su ricordi ed episodi che si riconducono ai personaggi più significativi e quindi la deposizione di De Molay non vuole rappresentare sicuramente una data specifica, ma piuttosto indicare un lasso di tempo più generale … era in Terra Santa all’epoca in cui sono successi quei determinati episodi o vi erano quei menzionati personaggi… nulla vieta che fosse andato in Terra Santa alcuni anni prima in cui non è successo niente di particolarmente rilevante da essere ricordato. Potrebbe essere arrivato prima dell’elezione del Maestro nel 1271 oppure nel 1970 data tutto sommato credibile. Tuttavia in un documento si legge, ad esempio, che Jacques de Molay ricorda che il maestro Guillaume de Beaujeu era presente al Concilio di Lione del 1274 con il re Luigi IX che in realtà era morto 4 anni prima a Tunisi. Come era possibile che ignorasse la morte del Re durante la sua seconda crociata? Quanto sono realmente affidabili tali dichiarazioni? Intorno al 1270, è in Oriente, ma la sua presenza è talmente discreta, che nessuno scrive di lui, non si conoscono episodi legati al suo nome che ci possa far comprendere che incarico avesse nell’Ordine. Non si sa se era tra quei superstiti di Acri, che riuscirono a fuggire con Thibaud Gaudin a Cipro, ma sicuramente è coinvolto nell’organizzazione di un capitolo che si svolge sull’isola. Dopo la sua elezione, Jacques de Molay, nominati i membri del Consiglio, la cerchia dei suoi collaboratori, sovrintende alla difesa dell’isola di Cipro e del Regno della Piccola Armenia,  ultimi possedimenti dei franchi in Oriente. Nella primavera del 1293 , intraprende un lungo viaggio in Europa, dove cerca di risolvere problemi legati a vari  settori dell’ordine, ma soprattutto chiede aiuto occidentale ai re e ai principi della Chiesa per difendere gli stati cristiani.  Durante questo viaggio, va sicuramente in Provenza, in Catalogna, in Inghilterra è presente a gennaio 1294 successivamente  in Aragona nell’agosto del 1294. Arriva poi in Italia nel settembre 1294 poi si reca a Roma e a Dicembre1294 è presente a Napoli, dove il 23 Dicembre Bonifacio VIII diviene papa a seguito dell’abdicazione di Celestino V. Nei suoi viaggi ha  stabilito strette relazioni con sovrani, tra cui, Edoardo I d’Inghilterra, Jacques II d’Aragona e il Papa Bonifacio VIII. Ritornerà  a Cipro, nell’ autunno del 1296 per risolvere alcuni problemi che si  erano verificati con il Re Enrico II.  Nel 1298 , ha condotto una spedizione in Cilicia dopo la caduta di Roche-Guillaume, l’ultima roccaforte del regno. Nell’estate del 1299 Héthoum II, re di Armenia, chiese aiuto al mongolo Ghazan, khan di Persia, recentemente convertito all’Islam, ma nemico dei Mamelucchi. Il 24 dicembre i Mongoli sconfissero i Mamelucchi nella seconda battaglia di Homs. Il 6 gennaio 1300 Ghazan entrò in Damasco. I Mamelucchi arretrarono fino a Gaza. Nel mese di febbraio Ghazan iniziò la ritirata, lasciando al governo della Siria l’emiro Mulay.

Nel luglio 1300 una flotta cristiana diretta in Egitto partì da Cipro. Attaccò Rosetta e saccheggiò Alessandria. Risalì verso Acri e Tortosa e poi rientrò a Cipro .L’operazione militare era stata soltanto dimostrativa.

Il 30 settembre 1300 Ghazan si rimise in marcia da Tabriz per andare a combattere i Mamelucchi. Suoi alleati erano gli armeni e i ciprioti. A novembre i Templari occuparono l’isolotto di Rouad di fronte a Tortosa per farne una base di operazioni. Sull’isola arrivarono anche gli Ospitalieri e l’esercito cipriota. Poi iniziò lo sbarco sulla costa delle forze cristiane. Si attendeva l’arrivo degli alleati Mongoli. A febbraio arrivò invece un emissario di Ghazan che annunciò il rinvio della guerra. Intanto i Mamelucchi cominciavano a convergere verso Tortosa. I cristiani dovettero abbandonare la terraferma. Si decise di rinviare a Cipro l’esercito e il contingente degli Ospitalieri. Ad aprile 1301 il presidio di Rouad venne affidato ai Templari guidati dal maresciallo dell’Ordine Bartholomé de Quincy. L’isola doveva essere presidiata in attesa del ritorno di Ghazan.  Protraendosi l’assenza dei Mongoli i Mamelucchi riacquistarono il controllo della Siria.  Da Rouad i Templari iniziarono una serie di azioni di disturbo sulla costa contro le città e i villaggi musulmani. Nel settembre 1302 una flotta egiziana di sedici navi attaccò Rouad. La guarnigione dell’isola era costituita da centoventi cavalieri templari, cinquecento arcieri e quattrocento persone di supporto logistico. I Templari furono costretti a ritirarsi nella torre all’interno dell’isola. Il maresciallo Quincy morì in combattimento. Vennero avviate trattative per la resa.

Il 26 settembre i cristiani cedettero le armi. L’accordo prevedeva che i difensori avrebbero evacuato l’isola e sarebbero stati portati in un porto cristiano di loro scelta. I musulmani non mantennero la parola. Gli arcieri e gli addetti alla logistica furono massacrati. I Templari vennero portati in prigionia al Cairo. La notizia della caduta di Rouad arrivò a Cipro mentre la flotta di soccorso si apprestava a salpare. Nel marzo 1303 Ghazan scatenò una nuova offensiva contro i Mamelucchi. Il 30 marzo i Mongoli vennero sconfitti a Homs e il 21 aprile a Shaqhab, a sud di Damasco. Il 10 maggio 1304 Ghazan morì. Jacques de Molay aveva abbandonato definitivamente la strategia di alleanza mongola che si era rivelata un fallimento totale.  Nel 1305 , il nuovo papa Clemente V, chiede il parere dei Maestri di ordini religiosi per la preparazione di una nuova crociata, e su una proposta di unificazione degli Ordini. Molay redasse due relazioni. Relativamente alla nuova crociata Molay suggerì di coinvolgere tutti gli Stati occidentali, sotto la direzione del papa. Le Repubbliche marinare italiane (Venezia, Pisa, Genova) dovevano provvedere al trasporto dell’armata e ai rifornimenti. L’attacco doveva partire da Cipro. Le forze militari dovevano ammontare a quindicimila cavalieri e a cinquemila fanti. La

destinazione dell’attacco doveva rimanere segreta. Relativamente all’unione dei due Ordini Molay respinse decisamente ogni ipotesi di fusione. L’Ordine del Tempio era nato come forza militare, l’Ordine degli Ospitalieri era nato come organizzazione di assistenza umanitaria e solo successivamente si era adattato a svolgere operazioni militari. Le due missioni non erano compatibili.

Il 6 giugno 1306 il papa Clemente V convocò il Gran Maestro dell’Ordine del Tempio e quello degli Ospitalieri a Poitiers, ma a causa della salute del papa, l’incontro con Jacques de Molay avrà luogo a maggio 1307 . Come aveva già detto al Papa, Jacques de Molay si rifiutava di accettare questa proposta di unione  dei due Ordini. Questa decisione avrà gravi conseguenze per il futuro dei Cavalieri Templari. In primo luogo, il re di Francia si adombra per questa decisione perché scardina le sue ambizioni, tanto più perché si compromettono le trattative tra Clemente V e Filippo il Bello circa la condanna della memoria di Bonifacio VIII, e, infine, sconvolge l’organizzazione di una nuova crociata. In occasione di questo viaggio in Occidente, Jacques de Molay scopre che voci calunniose corrono sui Templari. Filippo il Bello e i suoi consiglieri immediatamente prendono vantaggio da questa debolezza e organizzano un piano per distruggere l’ Ordine intransigente. Il 24 giugno, Jacques de Molay andò a Parigi, dove incontrò Filippo il Bello per discutere le accuse contro l’ Ordine. Tornò a Poitiers, rassicurato dalla discussione con Filippo il Bello, ma chiede al Papa un esame diligente per lavare l’ Ordine dal sospetto. Il 24 agosto, Clemente V annuncia a Jacques de Molay

l’intervento di  una commissione d’inchiesta. Filippo il Bello vuole precipitare le cose per evitare di tutta la vicenda rimanga nelle mani del papa. Il 14 settembre , aiutato da Nogaret, egli segretamente trasmette a tutti i suoi ufficiali giudiziari e siniscalchi un mandato di arresto per tutti i Templari del Regno e il sequestro dei loro beni.  Il 14 Ottobre 1307 all’alba tutti i Templari del Regno di Francia sono arrestati. In alcune Commanderie, i Cavalieri Templari furono massacrati a tradimento, perché la gente ha paura di affrontare questi guerrieri formidabili in combattimento leale. Jacques de Molay viene arrestato nella casa capitana dell’Ordine a Parigi. Un evento strano si verifica durante il primo interrogatorio di Jacques de Molay il 24 ottobre. Invece di negare le accuse, ha ammesso alcuni fatti,  dando credito alla propaganda reale contro l’Ordine.  Nel dicembre 1307, Clemente V ha inviato i Cardinali a Parigi per interrogare il Maestro dell’Ordine ,

Jacques de Molay . Su insistenza del pontefice il re accetta che siano condotti a Poitiers  un certo numero di templari tra cui il maestro e i dignitari dell’ordine, tuttavia questi ultimi non giungeranno mai a destinazione. Inizia  poi una prova di forza tra Filippo il Bello e Clemente V, che termina in agosto 1308 con un compromesso tra le due parti realizzato dalla bolla “faciens Misericordiam”. In questa bolla, il papa si riserva il diritto di giudicare l’ordine e i suoi dignitari.Trasferito a Chinon con diversi altri dignitari dell’Ordine, come Geoffrey de Charney, Hugh Pairaud, Geoffrey Gonneville, Jacques de Molay fu nuovamente interrogato da agenti reali. Durante l’interrogatorio, ritorna alla sua confessione fatta in ottobre 1307. Per oltre un anno, la Commissione Pontificia insediata  inizia i suoi interrogatori,  Jacques de Molay potrà deporre solo due volte alla fine di novembre 1309.  In queste occasioni, ha cambiato strategia difensiva e decide di  rimanere in silenzio e  di fare  affidamento solo sulle decisioni del papa, basandosi sul contenuto della bolla. Faciens Misericordiam. Nel 1310, decine di Templari vogliono presentarsi dinanzi alla commissione papale a testimoniare a favore del Collegio e quindi minare l’intero atto di accusa. La protesta  viene interrotta dalla condanna al rogo di 54 Templari come relapsi giudicati da Philippe de Marigny il 10 Maggio 1310 . Inoltre, i capi della protesta scompaiono nelle carceri  di Filippo il Bello senza lasciare traccia. Il 22 marzo 1312, Clemente V ha annunciato ufficialmente l’abolizione dei Cavalieri Templari nel Concilio di Vienne. Nonostante la sua volontà e la sua insistenza ai suoi carcerieri, Jacques de Molay continua a languire in carcere senza essere ricevuto dal papa. Quest’ultimo concorda, tuttavia, di inviare 3 cardinali a Parigi nel dicembre 1313 per decidere il destino dei dignitari. Questi arrivando a Parigi nel marzo 1314, emettono un verdetto  di carcere a vita per i dignitari  dell’Ordine. Jacques de Molay e Geoffrey de Charney si ribellano con veemenza contro il verdetto, ma rendendosi conto che di essere stati abbandonati , sin dal suo inizio, da un papa che non voleva sentirli, ritrattano la precedente confessione e proclamano la propria estraneità rispetto alle accuse mosse contro di loro e contro l’Ordine. A seguito di ciò Jacques de Molay e Geoffroy de Charney verranno immediatamente riconosciuti come relapsi  e consegnati al potere secolare. Un falò verrà eretto lo stesso giorno su un’isola (Ile de la Cité), della Senna, ai piedi di Notre Dame. La sera del 18 Marzo, 1314, Jacques de Molay e Geoffroy de Charney saranno bruciati.

Bibliografia:

Alain Demurger – Tramonto e fine dei cavalieri Templari. L’avventurosa storia di Jacques de Molay, l’ultimo Templare;

Projet Beaucéant – www.templiers.org